La misteriosa Sindone di Torino

INIZIA LA RICERCA

  

    Interessati dalle prime fotografie, diffuse dai mezzi di comunicazione in occasione dell'Ostensione del 1931, e dalle nuove foto di quell'anno dell'Enrie, dal 1932 Pierre Barbet ed altri medici iniziano ad occuparsi della Sindone. Il primo afferma che le molte ferite sul corpo dell'Uomo sindonico dimostrano che il Lenzuolo ha avvolto il cadavere d'un flagellato e crocifisso; e che il pollice invisibile della sua mano, come se fosse ripiegato dietro al palmo, è conseguenza riflessa della confittura d'un chiodo nel polso e del suo passaggio attraverso l'anatomico "spazio di Destot".

   Vengono formulate teorie sulle modalità di formazione dell'immagine. Già nel 1901 Paul Vignon, considerando che la figura della Sindone è in negativo, aveva presentato una sua "teoria vaporigrafica": la figura sarebbe stata impressa "fotograficamente", affermava, per naturale reazione chimica tra l'aloe e la mirra sul telo e vapori ammoniacali emananti dalla salma. La stessa teoria è ripresa da altri dopo il 1932, con aggiustamenti dovuti a nuove ricognizioni sulle foto e, non da vicino, sul telo ostenso: Judica Cordiglia (non il fotografo), Moroni, Romanese, Intrigillo, Rodante. Solo durante l'Ostensione del 1978 sono consentite finalmente ispezioni direttamente sul telo. Gli scienziati scoprono allora, che l'immagine deriva da una modifica delle fibre superficiali della cellulosa del lino. Non si arriva però a scoprirne la causa. Certe caratteristiche restano fino ad oggi, dicembre 2000, non riproducibili. È comunque abbandonata dal '78 la teoria vaporigrafica.

   Nel 1973 e quindi nel 1978 lo svizzero Max Frej Sulzer, biologo, criminologo, docente universitario e consulente della Polizia, effettua con nastri adesivi prelievi delle polveri depositatesi sulla Sindone. Trova microtracce che al microscopio, dopo varie accurate analisi, si rivelano essere microscopici granuli fossili di polline di piante che crescono solo in Anatolia e Palestina; si reca in quei luoghi per effettuare confronti con pollini vivi della flora locale; inoltre, rinviene pollini di piante di flora alpina che cresce, tra l'altro, nella zona di Chambery. Trova pure, con meraviglia, pollini di riso: qualcuno ricorderà poi che la Sindone fu ostensa anche nel vercellese, zona risicola. I pollini sono del tutto in linea con le migrazioni della Sindone che tradizione prima e storia poi, ricordano.

   Nel 1977 gli statunitensi John Jackson ed Eric Jumper - STURP:  Shroud of Turin Research Project  - sottopongono ad elaborazione elettronica fotografie sindoniche e ne scoprono la tridimensionalità, non posseduta invece da normali fotografie, ed icone in genere prodotte dall'uomo. Il torinese Giovanni Tamburelli, l'anno dopo, indipendentemente, ottiene immagini tridimensionali migliori. Trova conferma di un'impronta circolare sulla palpebra destra che già era stata scoperta da Francis Filas nel 1954, dovuta, si suppone con probabilità, ad una monetina, di cui si possono leggere le iscrizioni, coniata sotto Ponzio Pilato nell'anno 29. In sèguito, con Nello Balossino il Tamburelli esegue altra elaborazione che porta ad un Volto pulito dalle ferite e colature di sangue (v. le foto nella sintesi: non mi risulta che quella di Jackson e Jumper sia riproducibile, ma la si può vedere andando al sito dello STURP  http://www.shroudofturin.com).

   In seguito, Nello Balossino e Pierluigi Baima Bollone interpretano dei segni che trovano sull'arcata sopracciliare sinistra, come tracce di una seconda monetina.

   Intanto, il Balossino e il Tamburelli confrontano le immagini ottenute con le elaborazioni elettroniche con le più note icone del periodo VI - XIII secolo raffiguranti il volto di Gesù, avvalendosi di un metodo di sovrapposizione ed elaborazione matematica. I lineamenti sono comuni, con un altissimo indice di probabilità. Se ne può trarre la forte ipotesi che quelle icone si ispirarono al volto sindonico, fin dal VI secolo.

   Tornando al 1978, Pierluigi Baima Bollone, professore ordinario di Medicina Legale all'Università di Torino e consulente del Tribunale, nonché direttore del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino, preleva fili dalle cosiddette "zone ematiche" del Lenzuolo. Negli anni, effettua diversi esami, concludendo che si tratta proprio di tracce ematiche di sangue umano: di gruppo AB; in parte, afferma, le tracce hanno le caratteristiche dei globuli rossi. Altre tracce sono costituite da residui di aloe e di mirra. Parallelamente e indipendentemente, il gruppo di ricerca americano STURP accerta la presenza del sangue. Inoltre, attraverso esami di fluorescenza, spettroscopia, luce riflessa, stabilisce la totale assenza sul lenzuolo di coloranti e pigmenti in genere. Alan Adler, morirà il 10 giugno 2000, professore emerito di Chimica alla Western Connecticut State University, effettua analisi chimiche su un campione, ed a sua volta arriva all'esclusione che la Sindone sia un dipinto. Con la sua scomparsa, la torinese Commissione diocesana per la conservazione della Sindone (v. in fondo alla pagina) ha perso un membro molto autorevole

    Il 21 aprile 1988, dopo autorizzazione dell'allora custode della Sindone, l'arcivescovo di Torino cardinal Ballestrero, dalla parte superiore del Lenzuolo, angolo alla sinistra di chi guarda, sono prelevati tre campioni di tessuto, affinché siano sottoposti a radiodatazione secondo il metodo del radiocarbonio (C14), dai laboratori di Oxford, Zurigo e Tucson. Gli esperimenti attribuiscono alla Sindone un'età compresa tra il 1260 ed il 1390. Il cardinal Ballestrero s'affretta diligentemente a proclamare questo risultato in una dichiarazione pubblica, mostrando di accettarlo senza riserve. Gran delusione tra i sostenitori della Sindone quale reliquia, gran soddisfazione in campo protestante, da sempre nemico delle immagini sacre e della venerazione delle reliquie, e in quello laicista anticlericale. Tuttavia, presso scienziati incominciano a sorgere e poi si rafforzano dubbi sul valore di quel risultato; la ricerca sulla possibilità di una corretta e seria datazione del tessuto della Sindone è adesso, anno 2000, in una fase di studio e di confronto (vedi la pagina Gli esperimenti del carbonio 14 )

   Interessa la scienza anche il sistema di conservazione del telo, in quanto la Sindone è soggetta a deterioramento. Nel 1992 viene nominata dal custode arcivescovo di Torino cardinal Saldarini una commissione, di cui fa parte, come s'è accennato prima, il grande chimico Adler, perché questi esperti verifichino le condizioni della Sindone e propongano gli interventi necessari ad una conservazione nel tempo. La commissione stabilisce nel 1996 che, per l'avvenire, la Sindone, per secoli e fino ad allora - e prima era conservata ripiegata in otto parti -  riposta arrotolata su un cilindro tra un'Ostensione e l'altra, debba restare per sempre dispiegata. La Sindone è dunque distesa in una teca di vetro antiproiettile, a tenuta stagna e con protezione dalla luce, immersa in gas inerte. Tale sistema è inaugurato durante l'Ostensione del 1998.

   Nel giugno 2000, viene ultimato per l'Ostensione 2000, un secondo contenitore che, ormai terminata il 22 ottobre l'Ostensione stessa (scrivo ed aggiungo questa pagina in dicembre), continua a custodire il Telo. Per la generazione e il monitoraggio dell'atmosfera gassosa interna, con minime modifiche è impiegato l'impianto stesso utilizzato per l'Ostensione. La Sindone è stata ritirata in apposita nicchia nella cappella sinistra del transetto, sotto la Tribuna Reale, in Duomo, a sua volta strutturata per la migliore conservazione possibile. La nuova teca e il relativo supporto scorrevole sono stati realizzati la prima dall'Alenia Aerospazio e la seconda dalla Microtecnica, utilizzando le più avanzate tecnologie aerospaziali. La teca ed il supporto sono ottenuti da lavorazione di fresa di un blocco monolitico di lega aeronautica di alluminio. Il contenitore garantisce perfetta tenuta ermetica. È collegato ad un sistema di soffietti di compensazione in acciaio inossidabile che contiene ad un valore bassissimo la sovrappressione interna rispetto all'esterno, anche col variare delle condizioni atmosferiche ambientali.

 

In sintesi

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© Guido Pagliarino