Opere

 

  © Guido Pagliarino

 

L'ORSO E IL DISARMO

 

C'è in giro un orso dallo sguardo fosco

gonfio di fame e di soverchio pelo

che gli animali de la terra e il cielo

ha divorato spopolando il bosco.

 

Stamane l'orso s'avvicina all'aia

dell'uomo e, nascondendo l'arroganza,

s'accuccia a pochi metri di distanza

e dice all'altro con la voce gaia:

 

- O caro amico armato di fucile,

vengo a pregarti di lasciarmi entrare,

ché ho perso i denti e l'unghie e non so fare

male a nessuno manco se ho la bile.

 

Anche in passato, scusa, se ho pappato

qualche bestia selvatica, l'ho fatto

perché nessuno mi donava un piatto

e non ho punto colpa se ho ammazzato.

 

Persino il ciuco e l'oche l'hanno detto

che è tutta colpa della società.

Tu getta l'arma e fammi carità

d'un po' di pane ai piedi del tuo letto:

 

passato è il tempo della mia violenza

e non ho manco piú l'armamentario,

perciò tu non mi fare il reazionario

e mite emana e pia la tua sentenza -.

 

L'uomo, che aveva sempre il suo mirino

tenuto all'orso e il dito sul grilletto,

abbassa l'arma con un sorrisetto

pronto a rialzarla e dice al malandrino:

 

- Il tuo discorso mi par giusto e bello,

ché sa d'amore e pace universale,

ma lo raccolgo, non averla a male,

se mi viene, poniamo, dall'agnello:

 

tu hai denti sempre forti, e mi dispiace

ma non t'aspetti certo pane e pasta;

e il ciuco e l'oche sono tali, e basta.

Se ritorni al tuo bosco, resta in pace,

 

ch'altro mi preme. Ma, se ancóra a poche

braccia mi torni e apri le fauci, sparo;

e non m'importa se quel tuo somaro

farà un gran raglio e strilleranno l'oche -.

(1981)