Torna alla pagina Cristianesimo ieri e oggi - Opere

 

HOME PAGE

 

È Uomo

Saggio di Guido Pagliarino

Proprietà letteraria riservata

 

Introduzione dell'autore e alcuni stralci dell'opera

 

INTRODUZIONE

 

Questo è il quinto dei miei saggi divulgativi sul Cristianesimo, tutti di taglio storico-biblico, non di genere catechistico.

Il primo di tali lavori, in ordine di stesura ma, per ragioni editoriali, pubblicato per secondo, è “Gesú, nato nel 6 ‘a.C.’ crocifisso nel 30” [1], un approccio storico a Cristo e alla prima Chiesa. Nell’iniziale stesura comprendeva l’argomento della vita eterna secondo la Chiesa delle origini, in collegamento col sentire ebraico e col pensiero platonico sull’anima penetrato nel Cristianesimo dopo la metà del II secolo; successivamente, ho espunto questa sezione, l’ho ampliata e organizzata diversamente, ed essa è divenuta il saggio “L’eterno corpo umano”, pubblicato, per scelta editoriale, sotto il più comune titolo “La vita eterna, saggio sull’immortalità tra Dio e l’uomo”[2]: l’argomento della vita eterna è, ovviamente, ricorrente nelle mie opere sul Cristianesimo e tornerà anche nella presente. Il successivo saggio, “Cristianesimo e Gnosticismo: 2000 anni di sfida”[3], prosegue sulla via dei precedenti trattando, nella prima parte, dei secoli II e III della Chiesa e focalizzando sulla lotta teologica fra gli ecclesiastici (apologisti e primi padri della Chiesa) e i capiscuola dei gruppi gnostici cristianeggianti; considera poi quegli aspetti dello Gnosticismo che hanno percorso la storia fin ad oggi penetrando in movimenti spirituali contemporanei e, per certi aspetti, in ambienti della stessa Chiesa. L’opera quarta, tale sia per stesura sia in ordine di pubblicazione, è “Il Dio col grembiule”[4] che, tornando indietro nel tempo, costituisce un collegamento, sulla scorta dell’immagine del Dio-Amore, fra Prima Scrittura e Cristianesimo, introdotto da un approfondimento della figura di Cristo-Dio-uomo al servizio degli esseri umani; si pone a fianco del mio primo lavoro su Gesú. Finalmente, quinto e ultimo, ecco il presente saggio, “È Uomo”. Esso aggiunge ragionamenti sul Cristianesimo e sviluppa, mettendoli meglio a fuoco, i basilari concetti di anima e di animo, di umanità di Dio e di Trinità, già intervenuti nelle opere precedenti. Il titolo di questo saggio doveva essere “È Amore”, secondo l’espressione di Giovanni, ma ho pensato che “È Uomo” avrebbe avuto maggior impatto sui lettori, o almeno su quelli di loro che son propensi a vedere Dio solo come Spirito e non come l’essere umano ch’egli È.

Lungo la via delle citate opere ho raggiunto e oltrepassato significativi traguardi di tappa.

Ho anzitutto compreso che, anche nel nostro Occidente cristiano, l’ente divino cui pensano i più dicendo Dio non è quello del Nuovo Testamento, ma una figura, con prerogative quali l’eternità, l’onnipotenza e l’onniscienza, così come la Divinità non trinitaria degli altri monoteismi, oppure, addirittura, un Essere divino che se ne sta indifferente nel proprio cielo, a parte punire con saette più o meno metaforiche chi l’offenda, come già il pagano Giove tonante; e sicuramente, il Dio del Cristianesimo non è, o almeno non è soltanto, la divinità dei filosofi, non semplicemente il Bene assoluto di Platone o la Migliore delle sostanze d’Aristotele o l’Uno ineffabile e superiore all’essere di Plotino, pur se le loro filosofie sono state convocate e, per certi aspetti, incluse nelle teologie di figure della statura d’Agostino e di Tommaso d’Aquino.

Non è affatto vero che, come si sente dire, tutti i credi religiosi, in fondo, s’equivalgono: il Dio cristiano è del tutto peculiare, È Uomo nel suo stesso immutabile Essere, non ce n’è un altro eguale in nessuna religione e al più, nel paganesimo, certi dèi assumono solo apparente forma umana, restando essenzialmente divini, per esercitare il loro egoismo, di solito per sedurre qualche povero mortale sottomesso e indifeso; e oltretutto il Cristianesimo, almeno quello dei primi secoli, fino alla sua costantinizzazione, più che religione è fede esistenziale, basata sulla risurrezione di Cristo e avente per regola di vita il suo concreto esempio umano: nelle religioni, pagane e no, è l’uomo che deve servire Dio, nella fede cristiana è Dio che serve l’uomo, che gli lava i piedi, qualcosa d’inusitato, di quasi incredibile, nient’affatto afferrabile d’istinto e che fa scandalo presso gli areopagiti d’ogni tempo. Perciò necessita l’evangelizzazione tra gli stessi battezzati, la diffusione cioè della bellissima notizia che Dio è l’Amore, non il padrone sommo contemplato dalle religioni, ed è essere umano come noi, ciò che non è generalmente noto perché, purtroppo, assai sovente la storia del Cristianesimo e il suo genuino pensiero non si studiano, come lamentavo fin dal mio primo saggio sul tema; sì, la maggiore parte dei credenti praticanti, per non parlare degli altri, non approfondisce la storia e la teologia della propria fede e molti non sanno in cosa precisamente credano, il che, detta sorridendo, dimostra che la fede viene direttamente da Dio; c’è chi pensa, ad esempio, che il Cristianesimo si fondi sui dieci comandamenti, non sapendo ch’esso è basato, come dice il Nuovo Testamento, sul fatto della risurrezione di Cristo, un fatto storico secondo la Chiesa e che non per nulla i libri anticristiani tentano di falsificare presentando un Gesú solo uomo, non risorto e, dunque, non Dio. Pare che in Italia tale situazione sia meno grave, ma appena, di quella d’altri Paesi occidentali, in testa gli Stati Uniti dove ciò ch’io chiamo l’analfabetismo cristiano è pressoché totale, e per questa ragione panzane pseudocristiane eccellenti non solo hanno colà gran successo pure tra i fedeli, ma riescono a convertirne diversi al non-Cristianesimo. La figura del vero Dio neotestamentario, quando sia stata illustrata da persone in buona fede e a sufficienza preparate, stupisce gli stessi cristiani che prima, mal informati, la vedevano essenzialmente come quella dell’Onnipotente da ossequiare e servire. Egli è il Dio che meraviglia e di solito, per la sua umanità genuina e per la sua Trinità, la quale proprio sull’umanità divina si basa, scandalizza profondamente i seguaci degli altri credi; ad esempio in Turchia, che pur passa oggigiorno per uno dei Paesi a maggioranza islamica più tolleranti, i cristiani son chiamati con irrisione “i tre dèi”; nei Paesi islamici fondamentalisti, chi manifesta pubblicamente il proprio Cristianesimo o ne espone i segni, anzitutto il Crocifisso, viene punito. D’altro canto in Occidente, sentendo parlare del Figlio di Dio incarnato, restano superbamente sdegnati e assumono atteggiamenti di sufficienza quei sapienti laicissimi dell’ambiente scientifico e filosofico che si ritengono troppo superiori per contemplare, anche solo, l’idea d’una divinità la quale, come scrivevo in “Il Dio col grembiule”, per amore si cinge appunto d’un grembiule-asciugatoio e come un servo, per dare un segno fortissimo di vita altruistica, lava i piedi ai suoi. Sì, perché il Dio cristiano è certo onnipotente e onnisciente e via seguitando ma, soprattutto, non mi stanco di ripeterlo, è l’Idea stessa di amore, anzi egli è  nient’altri che l’Amore che contiene tutte le altre assolute qualità divine, ed egli è l’Amore, perché è trino, perché è sociale. Egli è l’amore infinito che mette la propria vitale onnipotenza al servizio della salvezza eterna degli esseri umani figli del Padre e fratelli del Figlio uomo e Cristo eterno; da ciò deriva il sottomettersi di Dio alla kenosi, cioè allo svuotamento delle prerogative divine per partecipare alla storia dell’uomo[5] tra gli altri esseri umani, insegnando loro come si deve vivere – amando, appunto – e quindi spirando come tutti gli altri uomini, ma in uno dei modi peggiori escogitati dagli umani per ammazzare i propri simili, la flagellazione seguita dalla croce, una tortura a morte ben illustrata qualche anno fa da Mel Gibson nel suo film “The Passion”. Infine, l’amore divino s’esprime nell’attrarre nella propria risurrezione di uomo ogni altro essere umano che desideri venir assunto a Dio al momento della propria morte: per amore e solo per amore perché, lo ripeto senza stancarmi con il Giovanni neotestamentario, Dio È amore. Proprio questo è il suo nome, e Dio ce lo rivela in due tappe: prima a Mosè, secondo il libro dell’Esodo: Io sono colui che È[6], e in una successiva fase, Nuovo Testamento, svelando ch’egli è Colui che È amore, senza peraltro, come già avevo scritto in opere precedenti[7], che il Creatore avesse trascurato prima di rivelarsi, nei fatti, quale il divino innamorato degli esseri umani, in vari luoghi dell’Antico Testamento e soprattutto nei Profeti; e Dio è amore perché Dio È uomo, come già espressi in un altro saggio[8]: sì, egli non si fa uomo, come comunemente si dice vedendola da questo nostro divenire, ma lo È nella sua stessa perfezione divina non assoggettata al tempo e al mutamento e che contempla pure la Creazione e l’Incarnazione, entrambe nondimeno liberissime e nient’affatto dettate da necessità: si tratta di scelte di Dio, ma bisogna aggiungere ch’esse sono le sue opzioni ottime, anzi perfette, scelte eccellenti anche in funzione di sé, ch’è Essere sia divino sia umano: un Dio, dunque, che sceglie d’incarnarsi fra gli altri uomini nel suo creato avendo così anche l’esperienza del corpo materiale, di carne e sangue – il corpo umano trascendente è invece glorioso spirituale[9], come sappiamo da Paolo, Nuovo Testamento, I lettera ai Corinzie che sceglie d’accogliere le persone, socialmente, nella propria eternità: l’essere umano, e dunque lo stesso Dio-uomo, e questi al massimo livello, è sociale; tutto ciò però nella libertà per l’uomo d’accettare o no la salvezza eterna, libertà senza la quale, l’ho scritto tante volte, non c’è amore. 

Accogliere dunque il Cristianesimo, per il quale Dio è essenzialmente Amore ed è l’Adamo perfetto, significa seguire l’esempio personale di carità di Gesú uomo, considerando ch’egli non è solo vero uomo ma pure Dio, in quanto risorto, e che dunque il suo insegnamento è d’origine divina. È vero che per il Nuovo Testamento la salvezza non viene dalle opere ma solo da Cristo, però è pure scritto che senza le opere dell’amore non si è suoi seguaci, ed è per questo ch’esse sono necessarie.

Eppure, nella storia, troviamo cristiani che s’avversano fra di loro, in certi casi fino all’odio e alla guerra, esempi assolutamente controproducenti per la diffusione della Parola evangelica d’Amore. Partirò dall’oggi e nel I capitolo tratterò, fra l’altro, di tali espressioni violente; il mondo attuale di cristiano ha veramente poco, soprattutto nel nostro Occidente.

Nel II capitolo converserò di scienza e anima, con attenzione alle teorie evoluzioniste e alla cosiddetta ominizzazione, e parlerò di cervello e mente secondo la neurobiologia contemporanea, con particolare riguardo alla concezione dualista del Popper, epistemologo non credente, e dell’Eccles, scienziato cristiano.

Tornerò quindi indietro nel tempo.

Nel III capitolo m’interesserò dellanima secondo quei filosofi greci le cui idee, sulla stessa e sullo spirito, furono introdotte, dal II secolo in poi, nel Cristianesimo, essenzialmente allo scopo pratico d’evangelizzare greci e romani e controbattere eresie, come la gnostica[10] e la manichea, ma senza più uscirne. Penso che sarebbe bene che tali corpi filosofici estranei venissero individuati con chiarezza e, per quanto riguarda l’idea greca dell’anima spirituale e immortale in sé, tolti di mezzo; l’uomo è ammesso all’eternità, ma grazie allo spirito divino in lui, non all’anima personale platonica; malauguratamente il concilio ecumenico Vaticano II, nonostante il desiderio d’evidenziare il Cristianesimo delle origini, non è riuscito che in parte nell’intento, fors’anche perché assai forte era, e resta, la corrente tradizionalista della Chiesa, anzi reazionaria a ben vedere, essendo avversaria dell’ultimo concilio.

Si badi bene, per non cadere in un errore grave, che la filosofia greca non è affatto estranea al Testamento, al contrario; quant’ho appena scritto riguarda solamente l’idea di anima spirituale ed eterna (con le sue conseguenze infernali). L’incontro fra pensiero ellenico e Parola biblica non solo è di certo precedente i libri del Nuovo Testamento, ma già influisce sugli ultimi dell’Antico, in seguito alla conquista macedone di Palestina ed Egitto, luogo di formazione questo, a sua volta, di testi della Bibbia. La fusione tra pensiero greco e messaggio biblico non può apparire una semplice coincidenza e penso errino sull’opposto versante, proprio perché tal sintesi è già nel Testamento, coloro che affermano che la fusione con l’ellenismo sarebbe solo un fenomeno d’inculturazione dovuto agli apologisti e ai padri della Chiesa; tuttavia ciò vale solamente per certi concetti e anzitutto per quello di Logos, non per tutti e nient’affatto per l’idea dell’anima spirituale, la quale entra nel Cristianesimo solo dopo la stesura degli ultimi libri neotestamentari.

Penso che il capitolo III il quale, richiamando il pensiero greco su anima e animo, discorre di concetti piuttosto noti, possa comunque interessare a tutti e non solo ai digiuni di filosofia, per i collegamenti al Cristianesimo che contiene.

Nel IV capitolo tratterò dell’anima secondo il Giudaismo farisaico e il Cristianesimo delle origini.

Sempre sulla base di Dio Amore e Uomo, considererò nel capitolo V il concetto cristiano di Trinità, per quant’è possibile capirne con la nostra mente limitata, cioè ben poco. Citerò figure di pensatori come, in primo luogo, Sant’Agostino che in modo eccellente si dedicò allo studio del mistero trinitario, e concluderò, finalmente, tornando al mondo attuale occidentale, da cui sono partito al I capitolo, ormai quasi del tutto scristianizzato.

Ho incluso un’appendice con le abbreviazioni dei nomi dei libri del Testamento, dato che il lettore troverà rimandi a versetti biblici, soprattutto nelle note – le quali, peraltro, suggerisco di vedere non immediatamente, ma dopo la lettura di ciascun capitolo –: consiglio chi non abbia dimestichezza con tali abbreviazioni di fotocopiare l’appendice e tenersela accanto, sempre che desideri andarsi a leggere nel loro contesto i versetti richiamati.

GUIDO PAGLIARINO

 

ALCUNI STRALCI CON LE RELATIVE NOTE

I

DIO È AMORE E IL MONDO È ODIO

Se il mondo vi odia, pensate che prima di voi ha odiato me. Se voi apparteneste al mondo, il mondo vi amerebbe come suoi. Invece voi non appartenete al mondo, perché io vi ho scelti e vi  ho strappati al potere del mondo. Perciò il mondo vi odia".                                                                                                                                             Gv 15, 18 seg

 

Un mondo bellissimo

Immaginiamoci, se la nostra fantasia può riuscirci, abituati come siamo a vivere in mezzo all’odio, un mondo dove questo sia occasionale e l’amore normale, un po’ come doveva essere, entro la società avversa, il microcosmo della Chiesa delle origini, stando al libro neotestamentario Atti degli Apostoli, e un po’ com’era stato immaginato il mitico eden d’Adamo non ancora peccatore, il giardino dove, proprio per questo, Dio-Amore passeggiava: sì, gl’ignoti autori dell’allegoria edenica alludevano a una società senza peccato, mai esistita in realtà ma termine ideale per la buona volontà del genere umano, e intendevano dire in sostanza: “Guardate come il mondo sarebbe buono e bello se non si peccasse di superbia e d’egoismo contro Dio”; anche il peccato verso il prossimo, infatti, è offesa all’Amore. Certo, se le persone si prefiggessero di rispettare i due essenziali comandamenti, ama Dio ch’è Padre tuo e di tutti gli altri umani e ama il prossimo che, proprio per questo, ti è fratello, il mondo non sarebbe permeato d’odio, anche se non sarebbero del tutto esclusi omicidi, furti, calunnie e altre cattiverie, perché l’essere umano non è un angelo ma, in una parte di sé, è creatura animale soggetta agl’impulsi naturali; e come avevo già scritto in una precedente opera[11], proprio tali istinti bestiali potrebbero vedersi come il peccato originale, che teologicamente non è un difetto – peccato – personale degli esseri umani, a parte il biblico Adamo: è un istinto egocentrico e prepotente che induce a prevalere su tutto e su tutti compreso Dio, facendosi il proprio dominio, un po’ come fanno le bestie dopo essersi battute fra loro per la supremazia territoriale, e il vincitore infine orina sopra quell’area, per delimitarla: il segno del dominio puzza; con l’aggravante però che il peccatore, potendo l’essere umano giungere a concepire l’idea d’infinito grazie alla sua intelligenza fatta “a immagine e somiglianza” di Dio, come la Genesi recita, nelle scelte maligne dettate da quell’animalità vuole per sé il cosmo intero, anche se il risultato è sempre e comunque miserrimo, perché all’uomo le capacità di realizzare la propria brama di dominio universale difettano: anche per gli alessandro, i napoleone e gl’hitler. Fatto è però che c’è pure un’altra componente della persona, la cosiddetta anima, psyché nel greco biblico, che solitamente si definisce spirituale; sarebbe preciso però dirla psichica, così come nel Nuovo Testamento, e lasciare il concetto di spirituale solo a Dio, considerando peraltro che il suo spirito di vita è in ogni essere umano[12] e, secondo la fede, resta eternamente nei beati; quanto all’accoppiata corpo e anima, sarebbe più classico dire con Paolo, prima lettera ai Corinzi, che noi siamo un corpo animale psichico, cioè un corpo dotato di io, o psiche, o mente, o anima, fa lo stesso; ma per adesso non dilunghiamoci su questo, ne parleremo più avanti.

È l’anima razionale a consentire di obbedire ai comandamenti, se nella libertà si scelga d’essere giusti davanti a Dio, o anche solo, se non credenti, se liberamente si realizzi che al diritto deve corrispondere il dovere e non si voglia essere fra gli aggressori della civile, pacifica convivenza che s’apprezza: sappiamo che ciò, con brutta parola, s’usa definire utilitarismo (Jeremy Bentham[13]).

Per i cristiani si tratta, semplicemente, di seguire gli esempi d’amore di Gesú Cristo riferiti dai vangeli, che non solo comprendono, ma superano i 10 comandamenti (nonché, fuor d’Israele, la legge delle XII tavole e così via). I credenti non cristiani accettano invece, con la loro ragione, pur essa a immagine e somiglianza di Dio, i particolari precetti etici delle loro religioni, normalmente eguali alle regole minime giudeo-cristiane e imprescindibili, come il non ammazzare se non in caso di legittima difesa. Ciò nonostante, com’è da tempo ben noto, il pensiero debole ha invece una morale, anzi una nichilistica a-morale soggettiva, senza minime norme comuni, quindi, inutile alla civile convivenza perché caratteristica dei soli ultrauomini, secondo il Nietzsche creature pacifiche, magnanime e via lodando (come lui, s’intende) e, per forza di cose, auto esiliate in superba solitudine, fin alla pazzia, dalla concreta società di uomini (figli di Dio), non migliorabile fondamentalmente: tutta la storia induce a pensare ch’essa sia tale, e non per nulla la saggezza evangelica parla di far il bene al prossimo e di ricercare la giustizia caso per caso, nella società, non di cambiare il mondo.

Orbene, se fin da bambini si venisse educati all’amore per il prossimo, invece che all’egoismo come avviene sovente oggi a causa di esempi moralmente nichilisti di genitori e dell’ambiente, di televisione, cinema e internet anzitutto; e inoltre, se non soltanto non ci fossero egoistici modelli, ma neppure i dannosi attacchi alla fede da parte di coloro che si sentono molto più intelligenti perché increduli e che, nel propagare la propria miscredenza, pensano forse di rendere un favore intellettuale al prossimo; e ancora, se in Occidente i battezzati avessero voglia – non parliamo di tempo: se ne spreca tanto in sciocchezze – di studiare bene il proprio Cristianesimo, non solo al fine d’essere migliori seguaci di Cristo, ma per insegnare agli altri che lo desiderino la fede cristiana, distinguendola dai luoghi comuni correnti; se… beh, se, se: se il mondo fosse tutto sommato un paradiso terrestre, ma guarda un po’ che bella banalità m’è venuta, sarebbe migliore. Lasciando i bei sogni, dobbiamo prendercelo per quello che è ed è sempre stato, un campo di lotta dove molti combattono per il trionfo del loro odio egoistico e solo una minoranza si batte per diffondere l’amore: quanto meno di regola perché, peggio, tutti di tanto in tanto cascano nel peccato personale, talvolta grave anche se di norma veniale: peccare mortalmente non è tanto facile, ci vuole la piena volontà di farlo nell’avvertenza totale del male che si sta compiendo, con odio; scriveva Paolo nella lettera ai Romani: “Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio[14]. Gesú sapeva perfettamente d’aver accanto discepoli peccatori, ma nondimeno li aveva incaricati d’evangelizzare, d’essere cioè nella società come quel poco di lievito che, nella pasta, fa crescere il buon pane per la mensa comune. Dunque il credente, per seguire l’esempio di Cristo, deve indirizzare la sua volontà all’amore – non si tratta di sentimenti, peraltro non da escludere – evitando anzitutto, ed è il minimo, azioni e atteggiamenti aggressivi; e inoltre, non solo deve aiutare il prossimo che incontra, ma pure battersi nella società, ed eventualmente nell’agone politico, contro l’uso e la manipolazione degli esseri umani da parte sia d’individui privati sia di persone che detengono poteri, testimoniando così, con sacrificio, una morale forte, cioè comprendente regole irrinunciabili.

C’è a volte chi cita a sproposito l’affermazione di Gesú “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” per dimostrare che il cristiano non deve occuparsi di politica. Cristo combatte fermamente il potere politico-economico ingiusto, basti verificare nel vangelo quante volte si scaraventi contro membri del parlamento ebraico, il sinedrio, composto di sacerdoti, anziani e scribi (di solito farisei[15]), e pure si scagli contro i cosiddetti mercanti del tempio autorizzati, dietro compenso, dai sommi sacerdoti e dalla loro cerchia clericale a commerciare animali e a cambiar valute nel cortile dello stesso tempio e, in parte, addirittura loro diretti dipendenti: tali sacerdoti avevano, in una o nell’altra forma, il monopolio del commercio di bestie da sacrificio, nonché delle macellerie che ne rivendevano la richiestissima carne. L’imperativo di dare a Cesare è solo un espediente di Gesú per uscire elegantemente dalla situazione imbarazzante e pericolosa in cui i predetti potenti volevano chiuderlo mettendogli contro la piazza, s’egli affermava di pagare la moneta del tributo all’imperatore, e i Romani, se rispondeva di non pagarlo: vederne un precetto di comportamento per i cristiani è trascurare il resto degli evangeli.

 

L’inversione di valori[16]

Fino agli anni ’70 dello scorso secolo certi costumi sembravano naturalmente perversi alla maggior parte dei cittadini, credenti e no, oggi son visti invece come normali dalla maggioranza e sembra anormale, illiberale e, a certuni, addirittura antiumana la classica morale oggettiva o, come minimo, diversi aspetti della stessa: molti credenti rifiutano la morale forte e ne desiderano un’altra tagliata a misura delle loro comode abitudini; per esempio, se aspettare un bambino non voluto danneggia la carriera, anche certi credenti ritengono giusto l’aborto, perché è “legale”: non è loro chiaro, o almeno non lo è a tutti, che legale non vuol dire automaticamente morale: si pensi, tra l’altro, alla schiavitù che, fin oltre la metà dell’800, era legittima negli Stati americani sudisti, contro la quale la morale forte di persone come John Brown giustamente si ribellava[17].

C’è stato un rapidissimo cambiamento antropologico. In pochi anni niente è stato più accettato pacificamente da tutti, o almeno da quasi tutti. È caduto nel nulla, per molti, il bimillenario codice etico universale interpersonale – che sappiamo non essere solo biblico – e al primato della persona, (concetto questo tipicamente cristiano, permeato dell’altruismo cristico e passato poi felicemente ai non credenti filantropi, prima d’essere assalito, già nel XX secolo, dai totalitarismi) s’è sostituito l’egocentrico individuo e, in certi casi, il giacobineggiante cittadino sotto cui si cela l’idea che in società si conti solo in quanto, appunto, cittadini, e non come persone valenti per sé stesse.

Si può dire lo stesso, mi sembra, per i termini compagno e camerata: anche Comunismo, Nazismo e Fascismo sono discendenti del radicalismo giacobino, sia pur con una gravezza collettivistica maggiore, in quanto il singolo è del tutto annichilito.

Se la morale è intesa oggi dai più come qualcosa di mutevole nel tempo e determinata, via, via, dagli usi della stessa maggioranza, questa però, a ben vedere, non è del tutto spontanea, ma suscitata ad arte – batti e ribatti qualcosa resta – da intellettuali che dispongono di mezzi di comunicazione di massa e che, a volte, hanno personali ragioni per propagandare come lecito l’amoralismo, come lo si chiamava fino a qualche decennio fa.

Comunque, credenti o no, sono in tanti oggigiorno a pretendere diritti e a scansare doveri, anzi a non riconoscerli nemmeno: il vecchio senso del peccato, o laicamente della colpa, in numerose persone è ormai scomparso, esse non sentono più di compiere un male. Quasi è venuto meno il vecchio immoralismo demoniaco che sfidava Dio e il mondo, ma che poteva talvolta sfociare in clamorose conversioni, ed è sostituito da un diffuso amoralismo che non si può pentire perché non si sente colpevole affatto. Ormai espressioni come senso di responsabilità verso la società e senso del dovere verso il prossimo suonano a molti come cose da sfuggire, e chi difenda gl’ideali classici, in una sorta d’inversione dei valori, è visto come persona che vuol attentare all’altrui libertà, tanto che sono frequenti in proposito, contro chi semplicemente divulghi la morale forte, i richiami indignati alla giustamente famigerata, ma ormai defunta, Inquisizione. Dai libertari, chiamiamoli così convenzionalmente, la libertà è confusa con la licenza; ma il colmo è che l’esercizio della libertà d’espressione da parte di quei cristiani che invitano altri cristiani alla morale neotestamentaria è vista dai libertari come una licenza, da respingere indignati: il diritto alla parola si riconosce solo più ai “laici” mentre i cristiani dovrebbero limitarsi “a pregare”.

È insomma svenuta la logica sociale classica che, salvando comuni valori, aveva per fine la salvaguardia, al meglio possibile, della convivenza civile. Nessuna società può reggere a lungo tralasciando le classiche norme; il nichilismo, o se si preferisce la morale debole, porta di per sé alla caduta della regolamentazione sociale, all’anomia; non si possono pretendere a lungo solo diritti e niente doveri, senza che l’ordine venga meno e cada la possibilità della civile vita in comune: quest’affermazione sarebbe stata considerata un tempo una mera banalità, oggi, purtroppo, non appare affatto evidente. La vita sociale è di già in situazione critica; quando lo sarà del tutto, ad esempio quando anche l’omicidio di neonati sarà considerato legale perché, “tanto, non sanno ancora d’esistere”, quando la pedofilia sarà altrettanto atrocemente legalizzata perché “il sesso, dopotutto, fa bene alla salute[18], quando inoltre sarà legale l’eutanasia-omicidio del caro nonno non più appieno in sentimenti perché “senz’altro per lui è un bene, dato ch’è rimbecillito”, magari al fine nascosto d’ereditarne l’appartamentino e, comunque, per toglierselo dai piedi, quando insomma non ci saranno più regole restrittive e tutto sarà considerato lecito dalla legge e si sarà tornati all’anomia della giungla, ebbene, allora qualcosa – cosa?! – inevitabilmente succederà e si giungerà a un nuovo e, temo, assai duro equilibrio.

Già oggi regna l’infelicità sociale e diviene tanto maggiore quanto più si diffonde il pensiero debole col suo nichilismo morale. Non sarebbe meglio tentare, allora, di dirigere il futuro prossimo verso un poco d’amore, quell’amore vero che contempla, inevitabilmente, un po’ di sacrificio personale? Chiedendoci che cosa possiamo fare noi per il prossimo, invece d’aspettarci che siano gli altri a muovere indulgenti e disponibili verso il nostro amor proprio?

Per quanto riguarda in particolare i cristiani pienamente osservanti, in Italia ormai solo un dieci-quindici per cento della popolazione, la via resta la solita, testimoniare con le opere e con le parole l’insegnamento caritatevole di Cristo, evitando, prim’ancora, di bruciare incenso sull’ara dell’imperatore di turno, il che, purtroppo, succede anche a molti fedeli: si noti che non ho scritto battezzati, costoro restano la maggioranza, tuttavia non basta un po’ d’acqua sulla testa e due gocce d’olio sulla fronte per fare un cristiano, ci vuole la sua buona volontà; e a proposito di buona volontà, forse sarebbe meglio che, fin d’ora, non solo i praticanti ma tutte le persone di buona volontà, anche non cristiane, anzi non credenti, provassero a raccogliere i forti semi dell’etica classica per spargerli un po’ in giro, dove càpita, anche solo nei giornalieri colloqui col prossimo: sì, lo so, ci vuole coraggio per andar contro al luogo comune, soprattutto quand’è schiacciante, ma solo così si potrà cominciare a portare a galla quella gran parte di esseri umani che, in Occidente, per ignoranza spesso, non per malizia, sta infelicemente affogando nell’acqua marcia del nichilismo.

 

Qualche cenno alla violenza nella storia a causa di valori ideali

Se il mondo è un campo di lotta dove molti guerreggiano per il trionfo del loro egoismo e solo una minoranza si batte per diffondere l’amore, è innegabile che la violenza deriva pure, a volte terribilmente, da valori morali e religiosi, e questo non solo in passato, ai tempi delle guerre sante, ma pur oggi, per esempio con l’attacco alle torri gemelli di New York.

Per restare nel nostro Occidente, è ben noto che fu l’ideale religioso elevato a fanatismo a produrre le vittime, tutte cristiane, dell’Inquisizione cattolica e, parallelamente, a ciascuno le sue azioni funeste! dei tribunali politico-religiosi protestanti, non meno attivi nell’aggredire, e prim’ancora, i roghi accesi da cristiani ortodossi contro eretici locali. Sempre per non far torto a nessuno, aggiungo che non ci fu meno odio negli ambienti dove trionfavano ideali non religiosi, si pensi alle centinaia di migliaia di morti, durante la Rivoluzione e la prima Repubblica francesi, non solo per ghigliottina ma grazie pure ad altri, fantasiosi e persino più atroci, mezzi, così come capitò ad esempio, a un certo punto, ad aristocratici aggrediti nelle prigioni da sanculotti, tutti fatti in piccoli pezzi da macelleria, con mannaie e coltellacci: s’ammazzava, legalmente o per linciaggio, in nome degl’ideali rivoluzionari di libertà, eguaglianza e, peggio, come nel Cristianesimo dal quale era stato tratto il termine, di fratellanza.

L’Illuminismo aveva portato buoni frutti umanistici, in particolare il risveglio e il consolidamento dell’idea di libertà, invenzione questa del primo Cristianesimo anche se poi tristemente trascurata nella prassi successiva, e come ho già ricordato, l’Illuminismo aveva riscoperto e rilanciato l’idea cristiana di fratellanza, del tutto assente nel lontano passato presso gli elitari pagani greci e romani[19]; inoltre si deve riconoscere che, dando il via alla rivoluzione scientifica e tecnologica, sempre l’Illuminismo aveva di molto migliorato la vita materiale degli esseri umani. Purtroppo i suoi princìpi, accolti da un lato da pacifici filantropi, erano stati recepiti dall’altro da coloro che, come Robespierre, Saint Just e Marat, ritenevano, sciaguratamente, cosa buona e giusta spargere sangue e privare della libertà religiosa in nome di quegli stessi princìpi, sacrificando le concrete persone a tali astratti ideali.

Dunque converrebbe abolirli, gl’ideali, per evitare violenza? Sarebbe forse utile alla pace insegnare ai bimbi l’egoismo cinico fin dalla loro più tenera età? Brr. Eppure c’è chi pare proporlo e, per iniziare, suggerisce di battersi per abolire il Cristianesimo; per esempio, un noto critico d’un supplemento letterario d’un quotidiano del nord soffia convinto, in quasi tutti i suoi articoli, contro il fanatismo cristiano, affermando che il Cristianesimo è un’atrocità da eliminare, perché porta ai roghi eccetera. Certe persone, poi, sostengono gesti simbolici anticlericali, come lo sbattezzamento: che mai pensare, orecchiando che a capo degli sbattezzatori ci sarebbero due intelligentissimi, un fior di matematico e una valente astrofisica? Possibile? Mah! Tuttavia, anche se fosse realizzabile l’abolizione d’ogni ideale, tutti dico, perché non sono solo le religioni ad avere tra gli aderenti cretini violenti che fanno vittime, anche quelli civili dunque, o laici come si dice con una parola che oggigiorno suona dappertutto e di continuo, tanto che parrebbe far godere mentalmente chi la pronunci. Io penso tuttavia che ciò si rivelerebbe catastrofico; verrebbe meno del tutto l’altruismo che su princìpi umanistici si basa – figuratevi: persino il personalismo cristiano è umanistico! –, ma prim’ancora, sarebbe qualcosa di semplicemente irrealizzabile, e grazie al cielo, perché contro il profondo dell’essere umano che, nonostante certe atrocità, è almeno di fondo una creatura sociale altruista, e basti pensare alle gare di solidarietà, almeno economiche, in caso di sciagure, per non parlare di chi rischi la vita per salvarne altre: la saggezza biblica ci ricorda – non ha inventato niente mister Robert Louis Stevenson col suo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” – che il male e il bene sono nelle stesse persone: la bestia e l’anima; anzi, a ben vedere, da una parte la bestia e l’anima quando, odiando, questa è al servizio della prima, dall’altra la stessa anima quando ama, vincendo l’animale ch’è dentro. Peraltro, anche se si riuscisse perfettamente ad abolire tutti gl’ideali, si troverebbero pur sempre in società sfegatati violenti a cagione dei più bassi motivi, essi pure, in certo modo, ideali, come il tifo calcistico estremo e assassino. Semmai, si potrebbe provare a educare, con energia, iniziando dalle scuole primarie, al rispetto della persona, che mai è da vedersi come un mattone d’un collettivo, ma sempre superiore a ogni istituzione e ideologia: il personalismo cristiano, appunto; tuttavia, ahinoi! un docente impregnato di filosofia collettivistica potrebbe introdurre gli allievi al personalismo?

Fatto è che il mondo, parola che per Giovanni evangelista significa il peccato, è permeato d’odio; l’amore c’è, ne abbiamo prove, ma non prevale, o almeno non appare prevalente. Non c’è da stupirsi troppo che oggigiorno molti vogliano male ai cristiani, facendo acriticamente un solo fascio, da una parte, di santi sociali come madre Teresa di Calcutta e il dottor Albert Schweitzer[20] e martiri della giustizia come Dietrich Bonhoeffer[21] e Oscar Romero[22], tutti sulla strada dell’altruismo amoroso di Cristo, e dall’altra, sempre a titolo d’esempio, di certi freddi affaristi protestanti alla Max Weber e monsignori dirigenti di dubbi istituti finanziari cattolici; ma in particolare, l’odio s’indirizza contro quei credenti che rumorosamente rompono l’anima nella società e nella politica denunciando, secondo l’etica oggettiva classica, amoralismi che vorrebbero restare ignorati: come faceva Gesú.

Desidero precisare in chiusura di paragrafo due cose che mi paiono importanti.

La prima è che un conto è partecipare a un ideale d’amore come quello del Cristianesimo, anche se poi una parte degli aderenti lo tradisce nella prassi, come fu atrocemente per le torture e i roghi dell’Inquisizione, e un altro conto è partecipare a una dottrina collettivista d’odio, come il Nazismo, istituzionalmente odiatrice, divenendo così colpevoli per il solo fatto d’aver aderito; dunque, paragonare i cristiani ai nazisti, com’è apparso in articoli della stampa laica, più che libertario è cretino.

Seconda cosa: un conto è aderire a una religione, qui la chiamo così convenzionalmente intendendola come il servizio reso a un Dio padrone, quindi, all’occasione, perseguitando in suo nome i vari infedeli o i diversi eretici, e un altro conto è avere, sempre si tratta di terminologia convenzionale, una fede esistenziale in Dio-Amore: pur senza idealizzare troppo la Chiesa delle origini, ricordo che prima che l’Impero romano s’appropriasse del Cristianesimo questo era, appunto, tale fede esistenziale, nemica della violenza, solidale con il prossimo e critica verso il potere politico-economico.

 

Sulle persecuzioni anticristiane nel mondo, oggi

Andiamo fuori d’Europa per osservare, sia pur a volo, la gravissima e quasi ignorata persecuzione di cristiani, imperversante in varie parti del mondo e soprattutto in Stati dell’Asia e dell’Africa, in nome di religioni, compresa quella politica-economica. In molte zone del globo il Cristianesimo è oppresso fin allo spargimento del sangue, tante volte proprio per ragioni politico-economiche, mentre nei Paesi islamici in cui vige la legge coranica, la persecuzione ha ragioni anzitutto religiose; ma non bisogna trascurare che, proprio perché tali Stati sono teocratici, di persecuzioni anche politiche si tratta. Molti sono i Paesi in cui i cristiani vengono imprigionati e vessati, quando non uccisi; ad esempio, pochi anni fa un prete cattolico è stato pubblicamente fustigato in Arabia, la grande amica petrolifera dell’Occidente industriale, solo perché, contravvenendo alla legge islamica, deteneva in casa l’indispensabile vino da messa. In varie parti del pianeta cristiani vengono uccisi barbaramente, con la creazione di numerosi màrtiri all’anno, e cito, a mero titolo d’esempio, nel Sudan meridionale, cristiano a differenza del nord mussulmano, bombardamenti di chiese durante le funzioni religiose e crocifissioni agli alberi, da parte di armati islamici, di cristiani provenienti dall’Islam; ma nel momento in cui sto scrivendo, del Sudan interessa semmai all’Occidente il petrolio, che spera abbondi nel sottosuolo, così come gl’importa di far affari con vari altri Paesi persecutori di cristiani e, in primis, con la Cina comunista, anzi plutocratico-comunista che, nonostante alcuni contatti con la Santa Sede a fini distensivi e anche se non arriva più agli eccessi del tempo del “grande timoniere” Mao – qualche lettore meno giovane si ricorderà di certo dei nugoli di giovani intelligenti nostrani, sventolanti a muso e occhi duri il libretto rosso di quel macellaio da ottanta milioni di morti, chiedendo la maoizzazione dell’Italia –, ebbene, o meglio e male, la Cina continua a tormentare la Chiesa: quella vera, sotterranea, non l’altra strumentale creata dal regime per addormentare le coscienze.[23] 

Le persecuzione contro il Cristianesimo son tenute quasi sotto silenzio dai mezzi di comunicazione occidentali. È così da circa un secolo, fin dal genocidio nel 1915 di almeno un milione di cristiani cattolici armeni da parte turca, deportati, separando i bambini dai genitori, e in tanti crocifissi: sequele di croci lungo le vie, fissate in ormai sbiadite immagini cinematografiche; gli altri, uccisi in differenti modi; un massacro che sembra quasi la prova generale di quello attuato da Hitler contro gli Ebrei. Silenzio, o quasi, anche per le successive persecuzioni del XX secolo come, fra le tante, la sovietica, la messicana e la cubana, e silenzio su quelle degli anni 2000.

 

Sull’assalto al Cristianesimo in Europa

Il liberale Occidente sostanzialmente tace: parteggiare per la libertà d’espressione dei cristiani, in fin dei conti, fa perdere buoni affari e opportunità economico-politiche, oggi come ieri; e poi, suvvia, il Cristianesimo oggigiorno è antipatico ai potenti, avversario com’è del capitalismo globale, non solo occidentale ma pure cino-comunista, un motivo per molestare anche da sinistra quei cristiani che non si limitano a pregare: quel Cristianesimo ch’è impegnato a combattere l’egocentrismo nella stessa società occidentale, egotismo tanto utile al capitalismo dei consumi superflui, mentre nella nostra stessa Italia circa il dieci per cento della popolazione, soprattutto anziani con pensioni minime sociali, vive ai limiti di sussistenza: ne sanno qualcosa, tra gli altri, i membri della cattolica Società di San Vincenzo De Paoli che girano per soffitte e tuguri per portare un po’ di sollievo economico, tante volte attingendo alle proprie tasche, mentre altre persone, come certi famosi giocatori di calcio o certi eredi viziosi di talune grandi famiglie finanziarie, guadagnano e sprecano milioni di euro all’anno in spese superflue, o peggio, sniffando cocaina e dando altri esempi funesti: acclamati dai media, ovviamente. Il Cristianesimo, coerentemente vissuto e manifestato senza remore, fa paura a certe potenti famiglie, che non esitano a usare i mezzi di comunicazione di massa non solo per esaltare i loro componenti corrotti ma, anzitutto, per aggredire la libertà d’espressione di quei rompiscatole dei cristiani. Quant’è lontano il tempo in cui il veramente laico Voltaire, sia pur con tutti i suoi difetti e cadute pratiche, proclamava più o meno così: “Non condivido le tue idee, ma se sarà necessario darò la vita per consentirti di esprimerle”; ben altro che il tacere del politically correct tanto utile a certo losco business, e ben altro che l’invito rivolto ai media dai boss: Zitti, non parlate dei màrtiri cristiani nel mondo perché, se no, qualcuno s’offende e ci aumenta il prezzo dei barili di petrolio; anzi, parlate male dei cristiani di casa, che attentano ai nostri buoni affari. Il popolo laico e anticlericale, tanto di sinistra che di destra, applaude.

Sì, in Europa non si sparge sangue di membri della Chiesa – Chiesa da intendere in senso proprio come l’insieme dei credenti – ma assistiamo ad attacchi ideologici veramente radicali, tante volte fino alla diffamazione e all’insulto, ad esempio dando letteralmente del cretino ai credenti e soprattutto ai cattolici, o paragonando i vertici ecclesiastici che richiamano alla morale evangelica a quelli nazisti e i fedeli attivi in politica ai loro esecutori. Sono assalti che ignorano l’insegnamento degli uomini liberali che, pur se critici verso i cristiani del loro tempo, s’erano battuti negli ultimi secoli per la piena libertà d’espressione; sono attacchi rivolti a togliere la voce a quella Chiesa che continua a fregiarsi del titolo di cattolica perché fu, per i primi mille anni della sua storia, l’unica universale, cattolica appunto, e che fin dall’inizio segue l’insegnamento di Cristo d’intromettersi, eccome! nella società e nella politica: si pensi a quegli apologisti del II secolo che rischiando, e a volte perdendo, la vita inviavano pubblici appelli firmati agl’imperatori affinché rispettassero la libertà di coscienza; e prim’ancora, com’avevo anticipato, si vada al vangelo, che riporta ben chiari i richiami alla verità e alla giustizia che Gesú indirizzava ai potenti del sinedrio di Gerusalemme, il parlamento di quel tempo in Giudea, i quali, proprio per questo, avevano deciso di farlo tacere denunciandolo a Pilato, così come oggigiorno i laici radicali[24] vorrebbero zittire con accuse d’antiliberalismo e altre diffamazioni quei cristiani che non si limitano a pregare. Peraltro, anche più dell’anticristianesimo militante è diffuso, come pure avevo indicato, il politicamente corretto, gran bavaglio utile ai capi economici e politici desiderosi di conformismo, un po’ come per lo zitto e pipa tanto caro ai vecchi Fascismo, Nazismo, Comunismo, un politically correct nato però negli Stati Uniti, là presto raccolto ed esportato in Europa, come certe bevande; e d’altronde non solo nei Paesi comunisti come la Cina, ma pure negl’ipercapitalistici U.S.A. si preferirebbe, tutto sommato, che i cristiani locali, e soprattutto i papisti, si limitassero alle personali orazioni: pare comunque che i cattolici nordamericani siano meno rumorosi dei nostrani.

A proposito d’attacco al Cristianesimo in Occidente – sarà un caso ormai passato quando questo saggio sarà pubblicato, ma ce ne saranno in futuro altri simili e parlarne un poco può servire come esemplificazione – di fresco è apparsa sui media, con gran clamore, la notizia del rinvenimento d’una copia in copto, della fine del III secolo, del vangelo gnostico di Giuda; tale documento era stato scoperto da tempo, negli anni ’70, ma l’informazione è stata pubblicata solo nel 2006. Il suo contenuto era già noto agli studiosi, in quanto l’originale in greco, della fine del II secolo, era stato citato da Ireneo di Lione – torneremo su di lui – nel suo Adversus Haereses dell’anno 180 circa, prima d’andare disperso[25].

Il Giuda gnostico di tal apocrifo, ch’è definito il maggiore dei discepoli, è comandato da Cristo di denunciarlo, così che il Maestro sia ucciso e possa liberarsi dal corpo e risorgere col suo spirito: ricordo che per lo Gnosticismo il corpo degli esseri umani, essendo composto d’odiata materia, deve perire; per il Cristianesimo invece, risorge, trasformato in spirituale, il corpo con la sua anima; il Salvatore gnostico rivela a Giuda che riceverà condanna dal mondo per la sua denuncia, ma infine il suo valore sarà riconosciuto.

Ebbene, quando la notizia del rinvenimento è stata raccolta e rilanciata dai mezzi di comunicazione, ha destato un immotivato scandalo a causa di commenti oggettivamente scandalistici, tendenti fra le righe a far credere che il vero Cristianesimo delle origini fosse quello di tal codice; ad esempio, sulla stampa quotidiana sono apparsi titoli come “Il codice di Giuda – Nel vangelo ritrovato la rivincita dell’apostolo Un codice del IV secolo, dal contenuto ‘esplosivo’, rischia di provocare una piccola rivoluzione nell'esegesi del cristianesimo primitivo e di apportare modifiche di non poco conto alla manifestazione storica della religione più praticata al mondo”. 

 

(OMISSIS)

 

Sulle divisioni fra cristiani

Come se non bastasse il vallo tra cristiani e laico-radicali non mancano, e com’è tristemente noto non mancarono in passato con guerre di religione[1], quelle tra i cristiani stessi.

Per quanto concerne gli ortodossi, in Occidente oggigiorno non ci sono litigi coi cattolici, fors’anche perché i primi sono poco numerosi; permangono le solite divergenze di tipo teologico, nonostante i tentativi di riavvicinamento degli ultimi decenni, comunque i rapporti fra i rispettivi vescovi sono cordiali. La storia ormai non si studia più molto nelle scuole, si preferiscono privilegiare le ore dedicate al pur indispensabile computer, perciò ricordo a chi non l’abbia presente che la divisione nel 1054 dell’originale Chiesa cattolica, per lo scisma orientale ortodosso, era avvenuta più per ragioni politiche, la supremazia voluta sia da Roma sia da Costantinopoli-Bisanzio, che per la ragione teologica accampata, il Filioque: secondo gli ortodossi, lo Spirito Santo-Amore procede dal Padre attraverso il Figlio, il quale lo restituisce al Padre, per i cattolici dal Padre e dal Figlio assieme, anche se, com’aveva precisato Sant’Agostino – ci torneremo –, principalmente dal Padre, il che, considerando che Dio non ha un inizio nel tempo ma è sempiterno, non appare ai poveri di spirito come me una questione di gran peso. A parte questo, merita ricordare che, in epoca contemporanea, in Stati dell’Europa orientale e anzitutto in Unione Sovietica, gli ortodossi hanno avuto molte vittime politiche perché volevano, sacrosantamente, testimoniare in pubblico la loro fede, unite peraltro nel martirio, in quel Paese di gran tradizione ortodossa, ai relativamente pochi cattolici e agli ancor meno numerosi protestanti. Oggi tuttavia, caduta l’U.R.S.S., in Russia, a differenza che in Italia, la gerarchia ortodossa non vede con molta simpatia la Chiesa cattolica e ha respinto, ad esempio, la proposta di visita nel Paese del penultimo Pontefice, Giovanni Paolo II. Pare che il motivo dell’antipatia sia legato, almeno in parte, proprio alle vecchie persecuzioni sovietiche, ch’erano state più dure verso i cattolici, i cui vescovi e presbiteri non avevano ceduto al Comunismo ateo[2], sulla plurisecolare tradizione cattolica d’indipendenza dal potere politico, che verso gli ortodossi i quali, in base alla propria storia, in buona parte s’erano sottomessi allo Stato sovietico, come già agli zar-cesari, per essere lasciati, entro certi limiti, in pace; i cattolici avevano sofferto così, in percentuale, più vittime, la popolazione l’aveva riconosciuto e, quand’era caduta la dittatura comunista, la Chiesa cattolica aveva avuto molti nuovi membri, provenienti dai fedeli ortodossi.

Per quanto riguarda il protestantesimo, non si può parlare di scisma come per le chiese orientali, esso ha infatti forti, inconciliabili caratteri propri, per cui si può dire semmai che si tratta d’una differente scelta, cioè etimologicamente d’un’eresia. Si pensi all’idea di luterani e calvinisti di predestinazione alla salvezza o alla dannazione eterna, ch’escludendo la libertà degli esseri umani, annulla il loro valore e insieme, di fatto, contrasta con l’idea dell’amore di Dio per noi, amore che non può non concedere libertà agli amati; i luterani sono peraltro ottimisti, nella speranza che basti abbandonarsi al Signore per sentire d’essere salvi, mentre la concezione dei calvinisti è invece angosciante, avendo essi estremizzato la dottrina di Lutero sulla predestinazione eliminandone il pacifico, tutto sommato contento, quietismo mistico: nel Calvinismo Dio non è più visto come gratuito amore ma come divinità esigentissima. Ebbene, la predestinazione è senz’altro in opposizione all’idea cattolica e ortodossa della libera scelta umana, senza la quale non ci sono più valore e disvalore morali ma impera l’arbitrio divino; per me, si tratterebbe d’un capriccioso Dio-padrone, e non del Padre perfetto, nel quale non riuscirei a credere affatto. Insomma, più che di Riforma protestante e d’assemblee riformate si dovrebbe parlare, mi sembra, di Rifondazione del Cristianesimo e di chiese rifondate.

In Occidente il protestantesimo non è perseguitato dai laico-radicali[3]. Infatti le Comunità evangeliche, a differenza della Chiesa cattolica, non prendono posizioni ufficiali in politica e nella società, conformemente a tutta la storia protestante di sottomissione e collaborazione con lo Stato, incarnato in passato nel principe locale: è noto l’invito che Lutero aveva rivolto ai suoi d’essere obbedienti all'autorità costituita qualunque essa fosse. I protestanti fondano la loro fede anzitutto sul rapporto personale con Dio e perciò evitano come assemblee – non necessariamente come singoli – d’esprimersi criticamente sulle pubbliche cose, ciò che piace molto ai laicisti, che considerano viceversa tout court gl’inviti etico-sociali rivolti dalla Chiesa ai soli cittadini cattolici, né diversamente sarebbe logico e utile, come indirizzati a tutti e se ne indignano profondamente. I protestanti poi, assumono una posizione diversa rispetto ai cattolici sugli esperimenti e le pratiche mediche che contemplano la morte di embrioni umani, ad esempio nel caso della fecondazione artificiale che, al livello attuale dello sviluppo tecnico, prevede, per il buon fine dell’operazione, l’uso di più ovociti fecondati che in parte restano uccisi o congelati sine die: per i cattolici tali cose non sono lecite proprio perché contemplano l’immolazione di germogli d’essere umano, in cui già è presente lo spirito di vita di Dio – da non confondere con l’anima individuale, come preciserò più avanti –; per gli altri cristiani, a quanto pare e di norma, la morte di embrioni s’affianca agl’incontestati aborti legali. Inoltre le chiese riformate appaiono meno contrarie al liberismo economico senza freni, e si pensi all’ormai antica, ma pur sempre interessante, analisi del Weber sulla nascita del capitalismo grazie alla mentalità calvinista-puritana, anche se tal indagine, partendo solo dal XVI secolo, non è esauriente, e basti ricordare il grande capitalista del XV Lorenzo de’ Medici, cattolico, per non parlare delle altri grandi famiglie italiane d’imprenditori e banchieri internazionali, a loro volta cattoliche. In più, sempre a proposito del business, i protestanti non hanno mai disturbato i detentori dei grossi capitali esprimendo pubblicamente, come assemblee, una teoria della giustizia sociale, a differenza della Chiesa cattolica la cui ufficiale dottrina, un corpo in via di continuo sviluppo espresso in più encicliche e altri documenti da papi diversi[4], mira a frenare gli eccessi sia del capitalismo occidentale, sia di quello, anche più duro e ultrasfruttatore, della Cina comunista (ma tal era già quello dell’U.R.S.S. che pesava anche sulle sue colonie europee, i cosiddetti Stati satelliti).

Stridono tuttavia certe pompe ecclesiastiche, vaticane e no, che nessun Papa, per ora, è riuscito a contenere significativamente, se non ad abolire, e stona certo spinto capitalismo della Santa Sede. Il fatto che, contro la povertà evangelica praticata dai primi apostoli, membri della gerarchia – non tutti – vivono personalmente in grande agiatezza e che certe cerimonie son condotte con uno sfarzo che disturba, di norma, gli stessi credenti cattolici è una delle contraddizioni che portano a controversie fra cristiani e, com’è noto, fu a suo tempo quella molla che spinse Lutero a separarsi dalla Chiesa, peraltro nel suo tempo più legata di oggi a quel diavolo di mammona[5].

Se il protestantesimo è ritenuto dai laico-radicali più aperto del cattolicesimo, tuttavia è proprio in chiese protestanti che troviamo forti preconcetti, come nel caso della difesa appassionata del creazionismo, accolto senza discussione da molti membri di quelle assemblee, soprattutto anglosassoni e in primo luogo statunitensi.

Nel Regno Unito alcuni istituti scolastici protestanti, finanziati dallo Stato, hanno eliminato dai programmi lo studio dell’evoluzionismo. Negli Stati Uniti d’America la maggioranza della popolazione protestante non crede alla conciliabilità con la Bibbia della teoria evoluzionistica e il creazionismo, di cui la principale organizzazione di sostegno è l’Institute for Creation Research, ha forti appoggi economici e politici.

Invece, fin dal 1950 l’ipotesi evoluzionista, con esclusione però dell’ateo darwinismo (non unica congettura in merito), era stata ritenuta da Papa Pio XII conciliabile col credo della Chiesa, accanto a quella creazionista.

L’affermazione era contenuta nell’enciclica Humani generis che stranamente – non l’hanno mai letta? – critici della Chiesa citano come una condanna dell’evoluzionismo; fors’essi identificano tout court il medesimo col darwinismo?

Pio XII aveva affermato in sostanza che non v’era opposizione fra l'evoluzione e la dottrina della fede sull'uomo e sulla sua vocazione, purché non si perdessero di vista alcuni punti fermi di cui al libro della Genesi e, prima di tutto, la creazione da parte di Dio d’ogni singola anima umana, ovvero il concepimento d’ogni persona non come mero prodotto naturale, ma per singolo volere divino, a immagine e somiglianza di Dio e nella quale Dio è presente e vivificante col proprio spirito. In seguito, la teoria evoluzionista era stata ammessa da Papa Giovanni Paolo II non più come semplice ipotesi, a lato di quella creazionista, ma come congettura corroborata da prove.

Si possono richiamare in merito l’ “Udienza generale di mercoledì 16 aprile 1986” e, dieci anni dopo, più ampiamente e chiaramente, la dichiarazione “Ai Membri della Pontificia Accademia delle Scienze riuniti in Assemblea Plenaria, 22 Ottobre 1996”. Questo pontefice ammetteva l’evoluzione come causata da Dio e la ritrovava allegoricamente nella Genesi, nell’immagine del Creatore che plasma il fango fino a creare Adamo.

Parlerò un po’ più a fondo di Cristianesimo ed evoluzione nel capitolo seguente, dedicato a scienza e anima.

C’è poi una certa qual divisione anche all’interno della stessa Chiesa cattolica, essendo base del contrasto il concilio ecumenico Vaticano II. Teologi ispiratori del concilio stesso, come Karl Rahner, su cui tornerò nel prossimo capitolo, sono stati addirittura avversati fortemente da circoli reazionari dopo la morte del convinto Papa conciliare Paolo VI; e nemmeno che l’amore non fosse sempre e semplicemente centrale e volto in ogni direzione, oggi troviamo oltranzisti a destra e a manca: a un estremo, ecco i cattolici di sinistra sedicenti progressisti, a volte simpatizzanti quando non aderenti a partiti atei comunisti[6] o radicaleggianti; fra questi vi sono coloro che, dietro la scuola protestante mitica, Bultmann in testa e soci vari, ciascuno vero bulldozer lanciato contro il Nuovo Testamento, giungono addirittura, intendendola in modo meramente allegorico, a negare la realtà della Risurrezione di Cristo sulla quale, ed è Parola del Nuovo Testamento, il Cristianesimo si fonda e senza la quale, dice San Paolo, “inutile è la predicazione e vana è la fede”. All’altro estremo troviamo cattolici di destra, conservatori e talora reazionari, sedicenti fedeli della tradizione anche se forse più informati sulla filosofia platonica, con la sua idea di anima umana spirituale infilatasi dalla seconda metà del II secolo nel Cristianesimo, che sulla Chiesa apostolica ed evangelica delle origini (che nondimeno già conosceva e praticava l’essenziale concetto di Logos). Essi, un po’ come i calvinisti, credono, nonostante gli studi seguenti il concilio Vaticano II, in cose come il terribile Dio sovrano celeste e come l’inferno vissuto, inferno ch’è certo di fede ma, come vedremo, non è come lo raffigurarono Dante e Hieronymus Bosch. Gli stessi, non tanto gli ecclesiastici quanto i laici, a volte sbottano indirizzando l’epiteto “catto-comunista” verso chi, pur avendo idee politiche differenti dal marx-leninismo, semplicemente voglia seguire le direttive dell’ultimo concilio, che per coloro fu scriteriatamente progressista, modernista, sfascia-Chiesa.

I miei quattro lettori, no ormai saranno solo più due, sappiano regolarsi: io sto ben piantato in centro con l’occhio al concilio Vaticano II rifiutando, da una parte, le idee di coloro che si richiamano al medesimo solo per contrabbandare le loro fantasie onanistico-progressiste – quant’è ridicolo un cristiano che s’accoda al mondo! – ma pure, dall’altra, rigettando i pregiudizi di quanti restano fermi ai concili ecumenici precedenti nemmeno che, secondo la fede ovviamente, lo Spirito Santo non avesse sostenuto anche il Vaticano II, proprio perché ecumenico[7].

Tra le divisioni infine, non possono certo mancare quelle fra uomini di scienza credenti e non credenti: si dice che un sessanta per cento di essi abbia fede, almeno, in un qualche generico Dio, il che può essere accettato se si escludono gli scienziati sociali che sono quasi tutti atei.

Mi pare interessante quanto scrive Raniero Cantalamessa in un suo libretto[8]:

“Riflettiamo […] sulla sfida che viene alla fede dalla scienza non credente. […] In questa visione, il problema della salvezza non si pone neppure; esso è un residuo di quella mentalità ‘animistica’ (così la chiama Monod[9]), che pretende vedere scopi e traguardi in un universo che avanza invece al buio, retto solo dal caso e dalla necessità. L’unica salvezza è quella offerta dalla scienza e consiste nella conoscenza di come stanno le cose, senza illusioni autoconsolatorie. […] Ma  […] chi ha fornito al caso gli ingredienti su cui lavorare? È una osservazione vecchia e banale, ma alla quale nessuno scienziato ha saputo finora dare una risposta, eccetto quella sbrigativa che la questione per lui non si pone. Una cosa è certa e incontrovertibile: l’esistenza dell’universo e dell’uomo non si spiega da sola. Possiamo rinunciare a cercare una spiegazione ulteriore oltre quella che è in grado di dare la scienza, ma non dire di avere spiegato già tutto, senza l’ipotesi di Dio. Il caso spiega, al massimo, il come, non il che dell’universo. Spiega che esso sia così com’è, non il fatto stesso che esso ci sia. La scienza non credente non elimina il mistero, solo gli cambia il nome: anziché Dio, lo chiama caso”.

Tra gli scienziati credenti, i cristiani, per non parlare degli osservanti, sono assai pochi, e pochissimi sono i ben informati sul Cristianesimo.

Nel prossimo capitolo vedremo qualcosa dei rapporti fra la scienza e l’anima, in primo luogo trattando, come avevo annunziato, il tema dell’evoluzionismo, avversato da cristiani di destra, tra cui alcuni cattolici, mentre una parte di quelli di sinistra, equivocando e identificandolo semplicemente con l’evoluzionismo tout court, accetta il darwinismo, basato sul caso e nettamente ateo. Dopo aver visto come la teoria evoluzionista, se accolta senza pregiudizi, possa conciliarsi tranquillamente col Cristianesimo, anzi appaia più estetica del creazionismo, andremo ai rapporti fra anima e cervello secondo noti scienziati, alcuni credenti, altri no.

II

IL CERVELLO, LA MENTE, L’ANIMA DI FRONTE ALLA SCIENZA

 

Su Cristianesimo ed evoluzione

Una congettura è scientifica non solo perché può essere corroborata da prove, com’è attualmente per l’evoluzionismo grazie agli ormai numerosi ritrovamenti fossili, ma pure in quanto è suscettibile d’essere falsificata, proprio come la stessa ipotesi evoluzionista; infatti basterebbe trovare fossili vecchi di milioni di anni di specie ancora viventi per colpire la teoria e corroborare quella creazionista, e inoltre l’evoluzionismo sarebbe del tutto abbattuto se i fossili fossero di homo sapiens sapiens.

Bisogna inoltre sapere che l’evoluzionismo, ma meglio sarebbe dire le diverse congetture evoluzioniste, non consiste nel solo darwinismo: molti confondono e ritengono che rifiutare il darwinismo sia opporsi automaticamente all’evoluzione. La pluralità delle teorie evoluzioniste consegue alle diverse spiegazioni proposte per il meccanismo evolutivo e alle varie filosofie che vi sono collegate, siano esse letture materialiste, come la darwiniana, o visioni spiritualiste come la cristiana.

Darwin intendeva la natura come qualcosa di meramente scientifico, consistente nell’azione armonica e nel prodotto d’una successione di fatti verificati, o leggi naturali: secondo lui non c’era alcun fine nella selezione naturale, la quale non era guidata da alcuna forza logica naturale e men che mai da una Ragione soprannaturale: per lui i mutamente erano meccanici, non c’era alcuna idea di progresso nell’evoluzione né esisteva una gerarchia fra i viventi, compreso l’uomo; era il caso a produrre variazioni, perciò queste non avevano uno scopo né al fine d’un mutamento dell’ambiente né per soddisfare una particolare necessità dell’individuo. Secondo Darwin, se la variazione casuale era negativa non veniva tramandata, invece se positiva, sì. Tale visuale cozzava ovviamente con quella cristiana. Paradigma di Darwin era il meccanicismo di Newton, che durante due secoli aveva grandemente contribuito alla ricerca nel campo della fisica ed era stato punto di riferimento per tutti gli scienziati: nell’800 si era ancora lontani dalle sconcertanti scoperte successive, probabilismo, quantistica e relatività, e Darwin voleva e pensava di poter erigere un sistema solido anche per la biologia com’era, nel suo tempo, quello newtoniano, fondato sulle tre leggi della meccanica; aveva dunque congetturato e presentato a propria volta tre leggi: le mutazioni casuali che giustificavano secondo lui il sorgere delle nuove specie; la lotta per l’esistenza che premiava le mutazioni più adatte; la selezione naturale, causata dall’isolamento geografico, che favoriva l’estinzione di specie e lo sviluppo di altre: a ben vedere, non era l’idea in sé d’evoluzione a disturbare il Cristianesimo, ma il concetto di selezione naturale, che si scontrava con l’idea del Piano divino per gli esseri umani ed era l’idea d’un cieco, meccanico processo, mentre per la fede cristiana, addirittura, nella sua seconda Persona Dio s’era incarnato volutamente nella storia.

Le idee di Darwin sono ormai contestate anche da paleontologi evoluzionisti non credenti, i quali tentano altre vie materialiste, fra l’altro proponendo una congettura che fa riferimento alla meccanica quantistica; d’altronde lo stesso Darwin aveva imboccato infine la strada della prudenza e nella sesta edizione della sua opera “L’origine delle specie” aveva ammesso che selezione naturale è un’espressione erronea che non avrebbe dovuto essere usata neppure come metafora. È stato rilevato che il modello darwiniano non è in grado di spiegare fenomeni quali gli eventi catastrofici e i gran mutamenti improvvisi, che contraddicono l’ipotesi d’evoluzione graduale; i lunghi tempi necessari per l’affermarsi delle nuove specie; il ruolo delle mutazioni neutrali che sono oltretutto la maggioranza delle mutazioni stesse; le varie forme di cooperazione tra i viventi che eliminano l’immagine d’un mondo guidato solo dalla lotta per la sopravvivenza; l’ereditarietà dei caratteri acquisiti, che il darwinismo proibisce per dogma ma che recenti ricerche in certi casi riconsiderano; senza contare che l’essere umano è irriducibile a tutti gli altri esseri viventi: c’è un abisso tra l’uomo e lo scimpanzè, anche se la sequenza del DNA delle due specie è quasi eguale.

Poiché il Cristianesimo rifiutava, come rifiuta, il materialismo ateo di Darwin, quando l’evoluzionismo coincideva ancora col darwinismo il medesimo era stato combattuto da protestanti e cattolici[10]. Nel caso della Chiesa s’era andati dalla condanna del 1860 da parte del Concilio regionale di Colonia al Decreto di disapprovazione della Commissione Biblica del 1909, passando per la censura di scritti teologici favorevoli come quelli di M.D. Leroy, 1895 e P. Zahm, 1899. Fino ai primi decenni del XX secolo, la gran maggioranza dei teologi aveva respinto nei propri scritti il darwinismo e alcuni avevano proposto addirittura di sottomettere ad anatema l’ipotesi evoluzionista-darwiniana. Così dopo il 1909 e fin quasi alla metà del secolo XX, in seguito al citato Decreto della Commissione Biblica che riteneva storica la peculiaris creatio del primo uomo secondo il capitolo II della Genesi, inteso alla lettera, e guardava alla formazione di Eva da una costola del Protoplasto, cioè d’Adamo, come a un fatto reale, si affermava che entrambi erano stati creati da Dio miracolosamente. In tal modo si rinnovava l’atteggiamento di chiusura che aveva caratterizzato la condanna di Galileo per difendere, contro le ipotesi della paleontologia ch’era allora tutta atea e anticlericale, la Parola della Genesi, ma intesa alla lettera e non allegoricamente, aprendo così il fianco a critiche anticlericali le quali malauguratamente, non considerando gli sviluppi successivi, si leggono talvolta ancor oggi.

La situazione doveva cambiare con la metà del secolo scorso, grazie alla ricerca antropologica successiva a Darwin: una volta venuto in chiaro che c’erano altre strade evoluzioniste e, anzi, che quella di Darwin era ormai oggetto di forte critica nello stesso ambiente scientifico ateo, nel 1950, come avevo anticipato nel capitolo precedente, Papa Pio XII con l’enciclica Humani generis aveva considerato degna di studio l’ipotesi dell’evoluzione; veniva dunque meno la contestazione da parte della Chiesa – ma non, in molti casi, delle assemblee protestanti –, purché fosse salva l’idea della creazione diretta dell’anima umana da parte di Dio, a patto cioè che non si estendesse all’anima l’evoluzione del corpo, e inoltre con la riserva che non si considerasse spirituale la legge – naturale – dell’evoluzione.

Accettando queste cose, per i credenti era legittimo aderire alla teoria evoluzionista.

Questo non toglie che ci siano ancor oggi cattolici che, nella libertà, restano creazionisti come molti protestanti, pur se il popolo della Chiesa contempla di norma l’evoluzionismo, anche perché l’idea d’una legge dell’evoluzione dettata da Dio appare estetica ed è coerente con l’allegoria della plasmazione del fango dalle mani di Dio (le quali per scrittori ecclesiastici antichi sono metafore del Figlio e dello Spirito Santo) fino a trasformarlo nell’Uomo-Adamo, facendolo a sua immagine e somiglianza (Gn 1, 28-29).

Relativamente poi alla riserva che non si dovesse considerare spirituale la legge dell’evoluzione, dal Sant’Uffizio era stata vista con preoccupazione l’idea di padre Pierre Teilhard de Chardin, antropologo e teologo, d’un finalità evolutiva (ortogenesi[11]) di tipo non solo materiale ma pure spirituale: un’ortogenesi tendente a una spiritualità umana più alta e a una rigenerazione spirituale di tutto il cosmo verso un punto Omega coincidente con Cristo e meta dell’evoluzione stessa.

La teoria dell’ominizzazione in Karl Rahner

 

Parlerò del caso Teilhard nel paragrafo successivo, prima ritengo conveniente ricordare l’approccio al problema dell’ominizzazione da parte del filosofo e teologo Karl Rahner[12], la cui opera è basata sul cosiddetto metodo antropologico-trascendentale con cui realizza quella ch’è stata chiamata la “svolta antropologica”.

Al metodo scolastico ancor in uso nelle scuole teologiche, che prende le mosse dall’alto di formulazioni e procede esprimendo dottrine, il suo metodo apre al soggetto umano, si muove dal basso, dall’esperienza viva degli uomini, operando una corrispondenza fra la vita e il concetto teologico.

In generale, il pensiero del Rahner parte da due constatazioni, che nella società del secondo dopoguerra l’enorme ampliamento delle conoscenze in ogni àmbito del sapere ostacola le sintesi, e che la medesima società è ormai pluralista e fortemente secolarizzata, per cui le enunciazioni della fede non appaiono più ovvie e fondamentali, ma son poste sullo stesso piano degli altri enunciati e vengono discusse quando non contestate con sufficienza o persino con albagia. Per il Rahner i concetti ormai classici della teologia sono antiquati (egli usa in proposito i termini incrostazione e rigidità) e non più corrispondenti alla cultura dinamica e bisognosa d’indagine dei contemporanei, la quale parte ormai dall’antropologia e non da Dio, e con questo sorgono numerose crisi di fede. Dunque per il Rahner necessita un nuovo metodo che inizi dalla situazione dell’uomo allontanandosi dal criterio dell’indottrinamento tipico della Scolastica, soprattutto tomista, ancor imperante nella seconda parte del XX secolo.

Il metodo antropologico-trascendentale di questo filosofo e teologo trova nei primi tempi ostilità da parte del settore conservatore della Chiesa; quando però, il 28 ottobre 1958, è eletto al Soglio l’innovatore Papa Giovanni XXIII, la situazione muta di molto: prima sospettato addirittura d’eresia, il Rahner diviene consulente del concilio ecumenico Vaticano II indetto da quel pontefice e, in conseguenza, diventa una delle voci teologiche più conosciute e ascoltate. Tuttavia, dopo il Vaticano II e il pontificato filo-conciliare, sia pur a volte con qualche esitazione dovuta al prudente timore di sconvolgere la Chiesa, del successivo Papa Paolo VI, il quale continua ad avere gran fiducia in questo teologo tanto da richiederlo come consigliere in momenti difficili, s’assiste a una reazione anticonciliare nei circoli ecclesiastici tradizionalisti, che privilegia il ritorno alla teologia dogmatica e giunge, in certi ambienti, a criticare in blocco l’ultimo concilio e la stessa iniziativa di Papa Giovanni XXIII di convocarlo; risorge così in tali cerchie la contestazione alle idee ranheriane.

Il suo metodo è inoltre visto, se non con avversione, con titubanza e suscita forti riserve in un altro grande teologo del XX secolo la cui teologia non si può peraltro considerare reazionaria, Hans Urs von Balthazar, che ritiene inconcludente tal metodo e teme in generale che un’antropologizzazione del Cristianesimo conduca a un vicolo cieco.

È idea di Karl Rahner che la teologia debba aver base in una filosofia rivolta a dimostrare, razionalmente, una sostanziale apertura a Dio degli esseri umani, altrimenti essa rimane “campata in aria”. Secondo quest’autore “la buona filosofia”, nel senso di conciliabile coi dogmi, è propedeutica alla fede, cioè la precede aprendo la mente all’accoglimento della Parola: è una atteggiamento che imbocca la via conciliare dell’ecumenismo e che vede l’evangelizzazione, in una prima fase, nell’incontro filosofico; e per lui la filosofia si può considerare cristiana in quanto sappia dimostrare con la ragione che l’essere umano è costituzionalmente “battezzabile”, cioè è “aperto” alla rivelazione divina cristiana. Così la filosofia finisce con lo sboccare nella teologia. Inoltre secondo il Rahner è lecito dubitare della teologia dogmatica, essa è per lui una strada che può riguardare chi già creda ma che non riesce a evangelizzare i non credenti, a differenza della via antropologica (o antropocentrica); e per lui non c’è alcuna contrapposizione fra teocentrismo, e in particolare cristocentrismo, e antropocentrismo: è vero ch’egli attua una sorta di rivoluzione teologica passando dal punto di vista meramente teocentrico a quello antropocentrico e affermando che l’uomo, così come Dio, è centrale all’universo, ma non c’è in lui alcuna negazione della superiorità assoluta e della centralità di Dio, come viceversa denunciano teologi suoi oppositori, c’è solo il rifiuto del vecchio metodo teologico che considera l’uomo uno dei tanti temi accanto ad altri, e c’è il mettere in evidenza che discutere su Dio vuol dire anche discutere sull’uomo, e inversamente; e per lui il cristocentrismo dei teologi non è affatto in contrasto, anzi è corroborato dall’antropocentrismo, infatti Cristo è sia Dio sia uomo, anzi è l’uomo perfetto che gli altri esseri umani hanno come modello – anche i non credenti altruisti ne ammirano la figura evangelica – per cui la sua centralità è, insieme, centralità di Dio e dell’uomo: di ogni uomo.

Se per illustrare il Cristianesimo si vuole partire da Dio per scendere poi all’uomo Gesú, invece d’iniziare dal medesimo uomo-Gesú per salire al Dio uno e trino cristiano, il fallimento è quasi assicurato, in pochissimi si susciterà interesse; infatti la maggioranza dei contemporanei respinge semplicemente come incredibile l’idea che Cristo è Dio fattosi uomo. Bisogna partire dalla predicazione della prima Chiesa sul vero uomo Gesú di Nazareth, annunciato come risorto dai suoi apostoli, indagando i motivi per cui tali uomini delusi e pronti a fuggire avessero radicalmente cambiato posizione improvvisamente; anzi, prima ancora bisogna vedere perché le fonti neotestamentarie sono – anche – storiche al pari di tutti i documenti antichi, nessuno dei quali sfugge alla caratteristica d’essere apologetico: senza queste fonti non ci sarebbe più storia antica; ma di questo e di molti altri argomenti collegati, non basandomi peraltro sul Rahner, avevo già trattato organicamente in un precedente saggio[13].

Tornando a Karl Rahner, egli, seguendo il proprio metodo antropologico-trascendentale esamina in particolare il problema dell’ominizzazione partendo dall’accettazione da parte di Papa Pio XII della possibile verità della teoria dell’evoluzione, nella citata enciclica Humani Generis del 1950. La sua proposta è coerente con la ricordata enciclica e appare ragionevole:

a) In termini filosofici rahneriani, si può dire che l’origine della vita è da attribuire interamente a Dio come causalità primaria, cioè come creazione, mentre è da attribuire alla generazione nel contesto dell’evoluzione, ch’è definibile come causalità secondaria. Dio è quindi reale fondamento trascendentale del processo evolutivo; egli opera nella sua stessa creazione avvalendosi di cause seconde, in altre parole la causalità divina opera dall’interno d’una causalità immanente, limitata e finita, innalzandola e rafforzandola onde possa operare oltre le proprie potenzialità. È la causalità divina a originare l’auto-trascendenza della creatura: emergentismo; l’emergentismo può portare tanto alla personalità dell’essere umano che alla vita della grazia divina. Sia Dio sia i pre-ominidi sono l’intera causa dell’uomo: il potere divino fa emergere la potenzialità piena dello stato pre-ominide costituendo gli esseri umani come persone, andando oltre gli anelli biologici riproduttivi. La singolarità, l’irripetibilità e la spiritualità della singola persona umana sono insediate insomma nell’azione creatrice e potenziante del Creatore.

b) In semplici termini correnti, si può dire che Dio ha dato al proprio creato la legge evolutiva sia determinando in essa il passaggio, a un certo punto, dalla specie del pre-ominide a quella della persona, homo sapiens, sia facendo sì che, per tale legge, ciascun essere umano avesse la sua particolare anima (o psiche, o mente, o io: ne riparleremo) proprio come Dio la voleva, e il suo precipuo corpo, diversi da persona a persona, anche fra gemelli: ciascuno è quella e soltanto quella inimitabile persona, così come il Creatore l’ha voluta dapprima dell’inizio del mondo, con una singola sua decisione che precede il tempo e l’evoluzione. Si tratta d’una situazione analoga a quella, successiva all’ominizzazione, del singolo uomo d’ogni tempo concepito dai propri genitori umani il quale, sì per ragioni naturali, ma secondo il disegno di Dio, è a sua volta chiamato alla vita come singola, inimitabile persona. In altre parole, tanto per la prima generazione di uomo da due pre-ominidi, quanto per le successive, derivate ciascuna da due esseri umani, il singolo corpo e la singola anima (capace di pensare al Creatore e di voler accedere alla sua grazia) d’ogni persona, son prodotti da Dio che, per così dire, dà il là con l’avvalersi della natura creata da Dio stesso, e poi lascia fare al singolo quando questi raggiunge l’età d’auto comprendersi e di capire e operare nel mondo, cioè, in termini religiosi, quand’avverte d’avere un’anima, anima che, grazie all’esperienza, si modifica variamente, in bene o in male, nella libertà.

A conclusione della sua ricerca sull’ominizzazione Il Rahner scrive:

“Non v’è quindi alcun pericolo che l’evoluzione, se intesa esattamente in senso veramente metafisico e teologico, ci porti a pensare dell’uomo in maniera meno decorosa di quanto si faceva prima. L’uomo che oggi conosciamo […] che si distingue radicalmente da ogni animale e nel momento dell’ominizzazione percorse, anche se forse lentamente, una via che lo portò tanto lontano da tutto il regno animale, da assumere nello stesso tempo tutta l’eredità della sua preistoria biologica in queste profonde e intime dimensioni della sua esistenza concreta, era là quando l’uomo cominciò ad esistere. Quanto si manifesta nell’oggettivazione storica esisteva già là come compito e potenzialità attiva. Essendo ora presenti gli elementi biologici, spirituali e divini, si deve affermare senza ambagi che lo furono anche a principio”[14].

 

Il sospetto di panteismo in opere di Teilhard de Chardin

            Il sacerdote gesuita Pierre Teilhard de Chardin era un noto geologo e paleontologo che aveva tra l’altro partecipato alla scoperta in Cina del Sinantropo e agli scavi di Australopiteci nell’Africa meridionale. Aveva ovviamente adottato, come tutti i suoi colleghi, la congettura evoluzionista, ma in più, sulla base della stessa, era giunto a concepire una sua idea cosmico-teologica e l’aveva espressa in numerose opere, presto celebri grazie soprattutto al passa parola, perché poche erano state pubblicate durante la sua vita (e meno ancora tradotte in Italia). Tali scritti gli avevano provocato aspre critiche da parte dei paleontologi darwinisti e sospetti in ambiente religioso che, dopo la sua morte, avevano portato a un Monito del Sant’Uffizio.

Quest’autore, come Karl Rahner, era stato mosso dal desiderio di rimuovere apparenti intralci alla fede derivanti dalla situazione socio-culturale contemporanea, ormai indirizzata alla secolarizzazione, in particolare causati da certe scoperte scientifiche: in primo luogo l’aveva mosso il desiderio di dare risposta all’inquietudine originata dalla scoperta nel XIX secolo del secondo principio della termodinamica, per il quale un sistema passa sempre da uno stato ordinato a uno disordinato, cioè le trasformazioni d’un sistema fisico e perciò, nel complesso, dell’intero universo avvengono in una direzione sola, verso il disordine massimo[15], il che pare contrastare con la visione della giudeocristiana Genesi del Creatore che si compiace della bontà del suo universo, e con quella cristiana del mondo creato a mezzo del Figlio, cioè del Logos-Ragione in Persona.

Pierre Teilhard de Chardin aveva pensato di superare quel turbamento, causa nella società di pessimismo quando non di nichilismo, prospettando un’evoluzione del cosmo verso il mondo dello spirito da lui chiamato noosfera: con l’ominizzazione era sorta la coscienza dell’uomo, in un certo senso era nata la mente del cosmo capace di ragionare su di sé, e questo era stato indiscutibilmente un progresso dell’universo; il processo era ormai irreversibile e l’opera dello spirito rimaneva in atto; se da una parte, dunque, la materia veniva condotta, a causa dell’entropia, a stati di disgregazione, dall’altra l’evoluzione cosmica, in cui era compresa quella biologica, edificava il mondo vivente in unità organiche sempre più complesse passando per l’uomo e puntando oltre, alla noosfera.

La meta del rinnovamento della spiritualità cristiana in un’epoca ormai nuova, al fine di dare un orientamento agli esseri umani nel quale ci fosse incontro fra scienza e fede e trovassero unità i loro ideali soprannaturali e le loro speranze naturali, s’inseriva in un ampio quadro. Scriveva il Teilhard che la questione da risolvere era quella di “conciliare praticamente il naturale e il soprannaturale in un unico e armonioso orientamento dell’attività umana”[16]; si trattava cioè del problema dei rapporti fra Dio e il mondo; per il cristiano, esso consisteva nello stabilire le relazioni fra la Persona dell’Uomo-Dio e il cosmo, cioè nell’accertare la posizione e la funzione di Cristo nella storia dell’universo, un enorme cosmo evolutivo avente una struttura convergente a un fine preciso e nel quale la Terra era solo un piccolo pianeta che ospitava una vita a sua volta inserita in un’evoluzione finalista che, anzitutto, aveva portato alla meraviglia dell’ominizzazione.

Questo in sostanza era già stato il problema dei padri della Chiesa e dei teologi successivi, tutti rivolti a esprimere i rapporti fra Cristo e il mondo nel modo più preciso possibile, anche se il loro era un universo statico e circoscritto, e che dunque creava minori difficoltà. 

Pierre Teilhard de Chardin aveva presente la storia del Cristianesimo e sapeva altrettanto bene, come riferisce il Wildiers, che

“1) in questa religione c’è una Persona, la persona di Cristo, che occupa un posto centrale. Il Cristo non è solo il fondatore e l’annunciatore di un messaggio; è al tempo stesso il contenuto di tale suo messaggio. Si diventa cristiani non perché si aderisce a una certa dottrina e si pratica una certa morale, ma soprattutto unendosi, ‘incorporandosi’ in Lui. 2) Tale persona ha inoltre preannunciato il suo ritorno alla fine dei tempi, come coronamento e completamento della storia. In seguito a quel preannuncio il cristianesimo orienta i fedeli non verso il passato, ma verso l’avvenire, e insegna loro a vivere con lo sguardo rivolto verso il Cristo glorioso della Parusìa. 3) Il ritorno glorioso del Cristo deve essere preparato con la lenta costruzione[17] del suo Corpo mistico, poiché il Cristo totale consiste proprio nell’unione in Lui dell’umanità redenta: ‘Totus Christus, caput et membra’ (S. Agostino). Il mondo costituisce il ‘pleroma’ del Cristo, in cui tutto ciò che si trova nel cielo e sulla terra verrà ricapitolato e posto di nuovo sotto un Capo unico, il Cristo, e così unificato per sempre. 4) La legge suprema della morale cristiana si riassume nell’amore per il prossimo. Il cristiano non può accontentarsi di non nuocere al prossimo (amore passivo), deve invece sforzarsi di fare del bene e di aumentare la felicità e il benessere dell’umanità tutta (amore attivo). Questi elementi sono peculiari del Cristianesimo e lo distinguono dalle altre religioni”[18].

Per il Teilhard il Cristianesimo era il coronamento naturale dell’evoluzione cosmica, era in armonia perfetta col mondo, un’armonia di ordine superiore secondo le sue stesse parole. Quest’autore aveva sviluppato una filosofia della natura di tipo aristotelico che l’aveva condotto a formulare la legge di complessità crescente, una visione evolutiva capace di comprendere la natura degli esseri viventi, intesi come organismi preparati per l’autonomia e per durare nell’essere, e che contemplava il collegamento delle specie viventi in un solo albero filogenetico, concezione questa non infirmata da prove cruciali contrarie ma, anzi, corroborata. Già Darwin aveva sostituito alla cosiddetta scala di natura l’immagine dell’albero, nondimeno non originale, già usata tra l’altro per le genealogie familiari: nell’albero evolutivo darwiniano son situate le specie nascenti, paragonabili ai germogli, e rami più robusti, quelli di esseri viventi che sorpassano i meno forti; ma mentre per Darwin, come sappiamo, non aveva senso parlare di progresso e d’una specie superiore, per il Teilhard de Chardin, sì. Per lui tutto era guidato da Cristo passando per l’ominizzazione e mirando al punto Omega, alla spiritualizzazione del cosmo intero; egli aveva ben presente non solo che la Chiesa festeggia Cristo Re dell’universo ma, prim’ancora, aveva innanzi il Nuovo Testamento e anzitutto Paolo, il quale nella lettera ai Colossesi afferma l’universale dimensione della Redenzione: “Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli[19]. Inoltre il Teilhard s’appoggiava al vangelo secondo Giovanni in cui sta scritto: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me[20].

 

(OMISSIS)

 

Il problema dell’immortalità intrinseca dell’anima umana

Il ricorso della teologia cristiana al Platonismo, sin dai tempi degli scrittori ecclesiastici antichi, rischia di creare oggigiorno non solo equivoci ma crisi di fede, in particolare a proposito dell’anima e della vita eterna, anche se, nonostante la presenza ingombrante della Grecia, resta l’idea essenziale che ciascun essere umano ha dignità perché è figlio di Dio, cioè perché la sua vita ragionevole, il suo io-anima vivo e adatto a pensare e desiderare Dio viene, caso per caso, da Dio stesso che vivifica della propria vita divina col proprio Spirito ogni persona vivente.

Sulla base della filosofia platonica e neoplatonica s’insegna di solito che l’anima dell’uomo è spirituale; inoltre, in conseguenza, si sente dire sovente ch’essa è immortale fin dal concepimento, naturalmente (o intrinsecamente) cioè, sia pur grazie a Dio, in sé medesima.

Tuttavia, queste idee oggi non son più pacifiche: si afferma criticamente che il primo attributo confonde il concetto di pneyma, pneuma o spirito, con quello di psyché, o anima, o mente, o io, o ragione individuale.

Vediamo.

Il pensiero personale, o anima ragionevole dell’uomo, secondo le parole dell’aristotelico – fino a un certo punto[1] – San Tommaso d’Aquino è immateriale, cioè aristotelicamente è una funzione.[2]

Quanto al Platonismo, l’anima è spirituale (o pneumatica).

Secondo il Cristianesimo delle origini, stando a quanto leggiamo nel Nuovo Testamento, la persona è tale  in anima e corpo e, quand’è viva, ha pure il pneuma di Dio in sé; Dio solo cioè è Spirito, o Pneuma, non l’uomo.

È certo inoltre che la Chiesa ufficialmente combatte il dualismo platonico che immagina un’anima spirituale.

Tuttavia, intervengono di fatto nella catechesi affermazioni al confine con Platone, cioè si contempla dalla metà del II secolo in poi, e si veda ancor oggi il Catechismo della Chiesa Cattolica, un’anima pneumatica che alla morte si distacca dal corpo e va a Dio, aspettando di ricongiungersi al corpo risorto alla fine del mondo. L’idea del tempo in Dio è un concetto illogico, come già avevo scritto in un’opera precedente[3], infatti Dio non è assoggettato al tempo da lui creato e, inoltre, chi muore esce dal tempo nello stesso istante della propria morte. Tanto nel Nuovo quanto nell’Antico Testamento si parla di corpo umano in senso equivalente a persona e una persona è il suo corpo con la propria anima (v. cap. IV). In primo luogo ciò vale per Gesú vero uomo, che ha corpo e anima ma non è, come uomo, anche il proprio spirito di vita: lo è semmai come Dio[4]; è vero che Cristo consegna al Padre lo spirito al momento della morte, ma si tratta dello spirito vitale divino presente in lui uomo, cioè è la vita che viene infusa da Dio: “Gesú, gridando a gran voce, disse: ‘ Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito’. Detto questo, spirò”[5], cioè, senza più lo spirito divino, il suo corpo sulla terra fu morto per tre giorni, fino alla domenica della sua resurrezione.

Bisogna tener presente quanto precede nel leggere le seguenti parole di Paolo, nella prima lettera ai Tessalonicesi, che parla non solo di anima e corpo ma pure di spirito: Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesú Cristo[6]; precisamente, lo spirito è tanto quello divino di vita, presente in tutti gli esseri umani vivi, quanto, considerando che Paolo si rivolge qui espressamente a battezzati, lo Spirito Santo, cioè lo Spirito di santificazione, presente nei battezzati stessi: per Paolo l’uomo spirituale, cioè chi ha avuto il battesimo, ha in sé, grazie appunto al battesimo[7], una particolare presenza dello Spirito che lo assiste nella comprensione della parola di Dio; leggiamo altrove, nella prima lettera paolina ai Corinzi, relativamente allo Spirito presente in modo speciale nel cristiano e che lo illumina e lo indirizza a Dio: “Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L'uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L'uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno[8].

È interessante notare che nei meticolosi scritti paolini troviamo, a proposito di corpo, non uno ma due termini, soma e sarx; la prima parola è da lui usata per significare il corpo risorto, trasformato in glorioso spirituale e non più materiale (modernamente si può dire: niente più atomi e molecole): la persona risorge in Dio in forma incorruttibile, ineffabile, pur restando quella stessa persona; la parola soma è adoperata da Paolo pure a proposito dell’essere umano in grazia anche s’egli è ancora sulla terra, per evidenziare ch’è pieno di Spirito Santo. Leggiamo invece sarx quando la persona è nel peccato e in ogni caso con riferimento al suo corpo materiale, o animale o naturale come pure lo definisce Paolo, quindi non ancora risorto e trasformato in spirituale.

Dunque tale corpo animale è unito nella persona alla propria anima (psyché) e ha in sé lo spirito (pneyma) divino di vita, presente in ciascun essere umano vivo, nessuno escluso perché altrimenti questi sarebbe un cadavere; in termini biblici, “l’uomo naturale” di cui dice San Paolo ha in sé lo spirito di vita di Dio (anche se non ha il dono dello Spirito Santo come invece il battezzato) e senza tal soffio divino, di cui parla la Genesi, egli non sarebbe vivo ma semplice “argilla”, “polvere del suolo”.

Non si parla mai nel Testamento d’intrinseca immortalità dell’anima, caratteristica ch’è riservata solo allo Spirito di Dio, vale a dire all’unico Spirito del Padre, del Figlio e del Paraclito (o Spirito Santo), ovvero allo Spirito dell’unico Dio in tre Persone (v. capitolo V); infatti, anche l’altro presunto attributo dell’anima, l’immortalità, è senz’altro di tipo platonico e non giudaico-cristiano. In base alla Bibbia, l’ebreo Gesú Cristo, il Figlio divino secondo i cristiani, non pensava a un’anima immortale dell’uomo, ma alla vita eterna in Dio della persona intera, quella vita eterna che il peccato d’Adamo, cioè d’ogni essere umano di tutti i tempi, avrebbe negato agli uomini se non ci fosse stato l’intervento di Cristo stesso; prima infatti: Dio “all'uomo disse: ‘Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai[9]”.

Diciamo, tenendo presenti alcuni teologi[10], che la dottrina dell’immortalità naturale dell’anima umana separata dal corpo, cioè il fatto ch’essa sia creata da Dio sostanzialmente immortale, è assai rischiosa, potrebbe addirittura rendere superflua quella su risurrezione e giudizio finali, in certo modo sostituendola. Se per l’immortalità non serve il corpo, la persona dopotutto finisce col coincidere con la sola sua anima; non così risulta però dalla Bibbia la quale, anzi, usa la parola corpo come sinonimo di persona integrale e parla espressamente di risurrezione del corpo vale a dire, secondo il linguaggio biblico, dell’intera persona: il Nuovo Testamento, e quindi la prima tradizione cristiana da cui esso deriva, non parla affatto, l’abbiamo visto, d’anima naturalmente spirituale e immortale. Quella che si usa chiamare la naturale o intrinseca immortalità dell’anima umana rischia inoltre d’attentare all’idea del monismo benigno di Dio, a proposito dell’inferno e dell’eterna sofferenza della persona dannata viva, perché l’Aldilà è solo Dio e nient’altro e dunque tale sofferenza senza fine sarebbe in certo modo in Dio stesso. Come vedremo meglio più avanti[11], secondo il Cristianesimo l’inferno c’è ma non è per forza come lo descrive la tradizione spirituale, chiamiamola così, che vede un’anima pneumatica la quale non muore mai, nemmeno quand’è quella d’un peccatore, cioè d’una persona che ha rifiutato Dio.

A ben vedere, anche se fosse spirituale l’anima potrebb’essere annichilita in qualunque momento dal Creatore, egli ne avrebbe di certo l’assoluta libertà e potenza; dunque si può contemplare anche così un inferno coincidente non con una vita eterna di dolore, ma con la morte eterna, in seguito all’annullamento dell’anima spirituale del dannato, oltre che alla morte del suo corpo che si sfa; tuttavia è mia umile impressione che si tratti di qualcosa d’artificioso che in certo modo rinnega il valore della creazione d’un’anima immortale, se per ipotesi l’anima stessa lo è; mi pare che sia molto più semplice, ed estetico, pensare non all’anima creata immortale e resa poi mortale da Dio per il dannato, ma allo spirito divino di vita che abbandona il medesimo lasciandolo nella morte assoluta per sempre, senza che Dio debba pasticciare annichilendo quanto, poniamo, aveva creato immortale.

A parte quanto sopra, di solito chi accetta l’immortalità dell’anima contempla l’inferno come vita eterna nella sofferenza, non come annullamento dell’anima immortale, cioè lo vede come appare in opere artistiche e letterarie e in visioni private. Queste ultime, si può supporre, son filtrate da un insegnamento catechistico secondo la scuola spiritualista e possono inoltre aver ricevuto suggestione, nel caso di veggenti, da dipinti e bassorilievi sull’inferno e il purgatorio, più o meno di valore artistico, presenti in molte chiese, anche in campagna. Non necessariamente, dunque, tali visioni son recepite grazie all’ispirazione divina.

Ricordo che le visioni private, di solito della Madonna e talvolta di Gesú, nonostante l’amplissima risonanza d’alcune di esse, non sono di fede ma lasciate dalla Chiesa alla particolare sensibilità del singolo credente.

L’idea d’un’anima immortale, infine, può essere vista addirittura come in contrasto con l’unico Eterno, cioè con Dio: recita la prima lettera di Paolo a Timoteo che Dio è “il solo che possiede l’immortalità[12] per cui, poiché il cristiano crede che il Nuovo Testamento è parola di Dio, compreso quel versetto, mi sembra che ogni discussione sull’immortalità intrinseca dell’anima umana dovrebbe cadere.

L’idea greca di anima è del tutto fuorviante e penso che lo studio delle realtà ultime, la cosiddetta escatologia, dovrebbe finalmente liberarsene; e d’altronde son diversi i teologi contemporanei, come il cattolico Wolfang Beinert[13], che raccomandano di rinunciare, addirittura, al concetto stesso di anima sostituendolo con quello di persona, nozione integrale che porta al superamento del dualismo antropologico greco corpo-anima.

Costituisce poi un problema, diciamo psicologico, il fatto che molti, ragionando su queste cose, non sappiano staccarsi dalla soggezione al tempo, nel quale tutti scorriamo, e vedano quindi il Trascendente come se anch’esso fosse sottoposto al divenire e Di là un’anima potesse e dovesse attendere il trascorrere del tempo sin alla fine del mondo e al giudizio universale; ho già detto che lo stesso Catechismo, forse per non rischiare di confondere il credente ormai aduso a questa visione, s’esprime in tal senso.

Si soggiace alla falsa impressione d’un tempo nell’Aldilà anche in un particolare caso, proposto da alcuni teologi e che vorrebbe, mi sembra, essere più sofisticato del precedente: considerando che non si può accettare il dualismo d’un’anima che si separa, sia pur provvisoriamente, dal corpo, c’è chi vede dopo la morte l’anima stessa come non sussistente in sé ma in attesa, cioè, in parole più crude, morta insieme al corpo; per il teologo luterano Pannenberg, nello spazio transitorio fra morte e risurrezione, cosiddetta escatologia intermedia secondo il linguaggio teologico, sarebbe garantita l’identità del singolo defunto perché essa sarebbe in certo modo codificata in Dio, in cui soltanto la storia personale, la psicologia dell’individuo e insomma la sua vita può essere fatta immortale. Il defunto in grazia di Dio sarebbe in qualche modo trattenuto nella mente divina nel periodo tra la morte e la finale risurrezione per cui solo alla fine dei tempi la persona intera, in corpo e anima, risorgerebbe ricevendo immortalità, in una sorta di creazione nuova da parte di Dio: proprio come si aspettavano i giudei e i primi cristiani, che tuttavia non credevano all’anima immortale dei platonici ma, semplicemente, alla risurrezione della propria persona alla fine dei tempi grazie a Dio, e non avevano ancora presente che in lui non c’è il tempo: per capirlo, si sarebbero dovuti attendere i padri della Chiesa Agostino[14], in Occidente, e Giovanni Crisostomo[15] in Oriente

Da parte sua il teologo protestante Oscar Cullmann, profondamente apprezzato anche in ambiente cattolico tanto d’aver ricevuto il Premio Internazionale Paolo VI per la teologia, tiene in evidenza la prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi che recita: “Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza.[16] […] Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme a loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il signore[17]. Al di là dell’allegoria, anche per Oscar Cullmann

“lo stato intermedio fra la morte e la risurrezione del corpo è caratterizzato da un periodo di sonno, in cui gli addormentati aspettano la resurrezione finale”[18].

L’autore mette in evidenza che nel Cristianesimo l’idea dell’immortalità dell’anima sorge solo nel II secolo, con un trasferimento dell’equivalente dottrina greca. Precisa che c’è

“una differenza sostanziale fra l’attesa cristiana della risurrezione dei morti e la credenza greca nell’immortalità dell’anima”

e commenta che

“se poi il cristianesimo successivo ha stabilito, più tardi, un legame fra le due credenze e se il cristiano medio oggi le confonde bellamente fra loro, ciò non ci è parsa sufficiente ragione per tacere su un punto che, come la maggioranza degli esegeti, consideriamo come verità”.

Infatti sono

“tutta la vita e tutto il pensiero del Nuovo Testamento dominati dalla fede nella risurrezione”;

e il Cullmann conclude che

“l’uomo intero, che era davvero morto, è richiamato alla vita da un nuovo atto creatore di Dio”[19].

A quanto pare, anche il Cullmann vede un’attesa della persona defunta e non invece, come Giovanni Crisostomo, la sua uscita dal tempo al momento della morte e la sua immediata assunzione al non tempo di Dio: per quel padre della Chiesa è un po’ come se tutti, uscendo dal divenire al trapasso, morissero contemporaneamente e si trovassero assieme oltre, alla fine del mondo e al Giudizio.

Insomma, la vita dopo la morte è purissima grazia di Dio, non deriva dall’anima umana, cioè dall’uomo in sé che invece, secondo la fede cristiana, è incapace di vita eterna senza Cristo: se fosse mancato il suo sacrificio l’essere umano non avrebbe potuto avere e non avrebbe, per la propria sola anima, accesso all’Aldilà, il quale è sempre e solo Dio, non un luogo. Non vedrei una via di mezzo: o si contempla, secondo Platone, un’immortalità intrinseca, o naturale se preferiamo dire così, dell’anima, rischiando così d’allontanarsi dalla Parola neotestamentaria e anche peggio, oppure s’accetta, come io accetto, l’idea biblica di vita eterna come puri dono e grazia di Dio-Amore.[20]

Avevo detto, a proposito dell’anima e della vita eterna, che nonostante la presenza ingombrante nel Cristianesimo del pensiero platonico sull’anima, l’idea di fondo è questa, che ciascun essere umano ha dignità perché la sua vita ragionevole, il suo io-anima vivo, è capace di pensare a Dio e desiderarlo, in quanto tal mente individuale viene, caso per caso, da Dio stesso. Avevo inoltre rilevato che da Dio vien pure ogni singolo corpo, con un atto di volontà divino inserito nella legge evolutiva, il che significa in particolare, relativamente all’intelligenza speculativa o anima ragionevole di cui dice San Tommaso d’Aquino, che dal Creatore vien creato caso per caso, nei mesi di gestazione materna, il tramite materiale fra l’intero corpo e la sua psiche: il cervello umano.

Prima di fare nel capitolo successivo una rapida ripassata, con riferimenti al Cristianesimo, delle concezioni di anima nella filosofia classica greca, vediamo brevemente nel paragrafo che segue cosa dicano dell’anima-mente le scienze neurologiche, tenendo presente, su di un piano cristiano, che, come s’era visto, ciascun essere umano ha il suo inimitabile corpo voluto caso per caso da Dio, comprendente il suo peculiare cervello, e che ha il suo io-pensiero (o anima, o mente, o psiche) altrettanto inimitabile[21], a sua volta voluto da Dio caso per caso.

(OMISSIS)

 

INDICE

CAPITOLI - Paragrafi                                                        

INTRODUZIONE                                                                                                

          DIO È AMORE E IL MONDO È ODIO

Un mondo bellissimo

L’inversione di valori

Qualche cenno alla violenza nella storia a causa di valori ideali 

Sulle persecuzioni anticristiane nel mondo, oggi

Sull’assalto al Cristianesimo in Europa

Sulle divisioni fra cristiani

II         IL CERVELLO, LA MENTE, L’ANIMA DI FRONTE ALLA SCIENZA

Su Cristianesimo ed evoluzione 

La teoria dell’ominizzazione in Karl Rahner

Il sospetto di panteismo in opere di Teilhard de Chardin

Il problema dell’immortalità intrinseca dell’anima umana

Approcci ad anima-mente in neurobiologia e psichiatria

In definitiva, contano le fedi

III –  SU CORPO E ANIMA NELLA GRECIA ANTICA: UN RIPASSO

L’anima nella Grecia più antica: cenni

L’anima e Socrate

L’anima secondo Platone

L’anima secondo Aristotele

L’anima per lo Stoicismo

L’anima secondo Plotino

In sintesi: spirito, corpo e anima, dualità greca e gnostica

IV –     SULL’ANIMA NEL GIUDAISMO E NEL CRISTIANESIMO

Corpo e anima: unitarietà ebraica e cristiana – personalismo – 

Giudaismo, Cristianesimo e Logos                                                                  

Sull’anima nel Cristianesimo dal II secolo                                                       

Sant’Agostino e il tempo                                                                                  

Agostino cerniera fra Platonismo e Cristianesimo

Cenni al Platonismo cristiano dopo Agostino                                                  

            Figura 1. Schema minimo degl’influssi filosofici

sulla Teologia cristiana antica e medievale                                                            

Tommaso d’Aquino fra Rivelazione, Aristotelismo e Platonismo                    

Su corpo e anima dopo il Vaticano II                                                               

Dio non è moralmente dualista 

La vita eterna, in sintesi

Figura 2: L’eterno presente di Dio  rispetto al mondo-tempo creato, la Processione eterna dello Spirito Santo-Amore dal Padre e dal Figlio e la Creazione  del mondo-tempo (interamente presente a Dio) per Amore

Figura 3: incarnazione  nel  tempo  del  Figlio, la sua  vita come Gesú                  sulla terra, all’incirca fra il  6  “a.C.” e  il 30, la  sua morte per                 \            crocifissione e la sua risurrezione-ascensione

Figura 4:  schema della salvezza  di  due  esseri   umani A, morto prima  di  Cristo, e B, morto dopo  la sua risurrezione  

            Figura 5: primo schema della morte eterna dei dannati C e D, il                        primo morto prima di Cristo, il secondo dopo

             Figura 6: secondo schema della morte eterna dei dannati C e D, il primo morto prima di Cristo, il secondo dopo

V – SULLA TRINITÀ                                                                                       

La terminologia                                                                                                

Un cenno alla contestazione antica della Trinità                                            

Dio è Padre perché è Amore                                                                             

Uno scandalo superabile; infatti il Dio cristiano non si fa uomo ma È uomo  

Concetti essenziali da tener sempre presenti                                                  

Un corpo come può essere spirituale?!                                                         

Sullo Spirito Santo                                                                             

La Trinità secondo la Chiesa antica                                         

Nel Nuovo Testamento                                                                                   

Lungo la strada segnata dal Testamento                                                      

Appendice: ABBREVIAZIONI DEI NOMI DEI LIBRI BIBLICI          

BIBLIOGRAFIA PRINCIPALE                                                                      

CENNI BIOBIBLIOGRAFICI SULL’AUTORE                                            

 

Torna alla pagina Cristianesimo ieri e oggi - Opere

HOME PAGE